In attesa che smetta di piovere ...

patbici

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Cube race one - triban rc 520
Piove da una settimana, e avrei una voglia matta di prendere la biga. Ma diluvia, fa un freddo cane e sono in scadenza col lavoro, quindi mi limito a ricordare.

27 ottobre, domenica.

Mi alzo col buio, e metto su il caffè. E' presto, ma sono sveglissimo. Sono sempre eccitato prima di un'uscita.

Mi infilo i calzoni, le scarpe. mi chiedo se scegliere la giacca o lo smanicato, e alla fine li lascio a casa entrambi. E' previsto sole, e per essere ottobre sono giorni caldi.

Scendo, controllo le gomme, mi metto il casco. per strada nessuno salvo qualche runner che batte ritmicamente l'asfalto. infilo lo zaino, accendo l'orologio e parto.

Un chilometro dopo sono sul sentiero lungofiume che mi porterà verso i colli. Mi piace questo posto. Siamo in mezzo alle case, e tuttavia sembra già di essere altrove. Il silenzio è rotto solo dal cinguettio degli uccelli.

Entro quasi subito in trance, come mi capita di fare quando giro solo. Guardo il sentiero senza vederlo, la testa si svuota e rimane solo il respiro, che dà il ritmo alle gambe. Le mani frenano e cambiano le marce da sole, io non ci sono.

Riemergo dalle mie divagazioni per passare sotto il tunnel pedonale della ferrovia, che è largo pochi centimetri più del manubrio e richiede di passare a testa piegata, per non inzuccarsi. Dopo c'è un tratturo, lungo i campi, che si fa col concerto di un allevamento di cagnolini di razza. passo anche la discesina fangosa che segue, la cava di ghiaia e l'argine del fiume.

Inizio a concentrarmi, in vista del ripidino dell'undicesimo chilometro. Sono pochi metri, in effetti, ma girano a gomito e col fango il fondo è scivoloso. in un giro precedente ho già fatto un carpiato di testa oltre il manubrio, sbagliando la modulazione del freno anteriore. Scendo ai due all'ora. Sono ancora un verginello, e non mi sento di osare.

Al quindicesimo chilometro mollo il sentiero, prendo la deviazione che attraversa il torrente e sono sulla provinciale di fondovalle. il mio obiettivo è un certo pilastrino votivo in alto a destra, da qualche parte sopra i calanchi. ho già provato ad arrivarci, seguendo il cosiddetto sentiero di sant'antonio. Ma il percorso è ripido e concepito per chi gira a piedi, e io non ho ancora abbastanza fiato e gambe.
Stavolta la prendo larga, girando intorno al paese a valle, e mi perdo subito. Queste cacchio di stradine collinari non hanno nemmeno un cartello e io mi scoccio a tirare fuori di continuo il cellulare per verificare il percorso.
Intanto salgo. E' la prima volta che faccio questa strada, anzi: è la prima volta che, grazie alla mtb, vedo posti che stanno ad un tiro di schioppo da casa.
Continuo a salire, arrampicandomi in stradine che mi sembrano verticali, fino a che non incontro tratti che devo fare col rapporto più corto che ho.

E qui è un disastro. se tengo il rapporto corto, salgo ma devo pedalare come un matto per stare in piedi; se metto un rapporto più lungo, non salgo proprio. Insomma, o mi manca il fiato, oppure le gambe. Una via di mezzo non riesco a trovarla e quindi, per certi pezzi, cammino, incrociando ogni tanto gente che scende a manetta.
"Saranno degli dei", penso infilandomi in un piazzale che finisce in un sentiero che finisce in un prato che finisce in una cresta.

Ca**o, la cresta. Sarà larga un metro e mezzo, coi calanchi che scendono a strapiombo sulla destra, rendendo il paesaggio quasi lunare. Da quel punto, col cielo terso, vedo Bologna, le cui torri si stagliano in lontananza. Vorrei fare delle foto, tanto è bello il posto ed il panorama, ma se qualcuno scendesse sarei un ostacolo. Rinuncio alle foto e mi affretto ad attraversare, per rientrare nella boscaglia dall'altra parte.

Sono al km 23 e rotti, secondo il GPS il pilastrino dovrebbe essere qui che arriva. E da lì parte un certo sentiero del CAI, con belle discese, che mi riporterà a valle.
Passa qualche altro alieno in bici, che evidentemente è stato in grado di sopprimere la forza di gravità, quando vedo l'imbocco del sentiero. Del pilastro non c'è traccia, deve essere un poco più avanti, ma chissene.

Lo prendo, lavorando di freni mentre in piedi sui pedali mi godo un paio di chilometri di discesa. E' il mio primo lungo, in discesa. inizio lento, molto guardingo, e finisco pian piano per mollare, fino a raggiungere un punto dove ero già stato in precedenza. Ricordo che l'avevo fatto in gran prudenza, con una certa strizza, finendo pure per bucare. Ora mi sento tranquillo, ho ancora tanto da imparare ma credo, in questi due chilometri, di essere cresciuto.

Attraverso la fondovalle, eccomi di nuovo al guado del fiume. Faccio i 15 chilometri del ritorno in uno stato di beatitudine. la giornata si è scaldata e io sono in calzoni a pinocchietto e maglietta a maniche corte. Arrivo al ripidino che mi rendeva guardingo, e torno indietro per rifarlo, stavolta, in scioltezza. Non sono più vergine, mi sa.

Arrivo a casa, blocco il GPS che segna quasi esattamente 40 chilometri, metto la bici in garage e sorrido mentre mi faccio una doccia. E' ammore.

NB: scoprirò in serata, girovagando su internet, che gli dei antigravità che incontravo salgono con ogni probabilità da un'altra strada, dove la salita è più lunga ma meno dura, e che io la stavo facendo dal verso sbagliato. La prossima volta provo anche io ....

Anche i Pro cadono
 

 

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Mai e poi mai avrei pensato di appassionarmi alla biga.

Io sono uno di quelli che va al mare (ed in mare). Sono passato per anni, in macchina, a fianco dei gruppi di ciclisti, e l'unico stimolo mai avuto era quello di investirli, quei maledetti vestiti da c*****i che procedevano affiancati occupando l'intera carreggiata.

Poi quest'estate è scattato un clic, e ho iniziato a girare con la mia vecchissima city bike. poi mi sono informato da un amico, e senza nemmeno accorgermene avevo una MTB sotto il sedere. E poi anche una bici sportiva con quella bella piega fighissima da guardare, ma con la quale non ho ancora fatto pace. Insomma, un disastro. Sono stato attirato nel vortice senza accorgermi.

Ora, pur senza esagerare, quando posso la sera e nei fine settimana il giro è irrinunciabile. Anche perchè, come ieri, un giro loffio può offrire emozioni inaspettate.

Fuori dalla finestra il cielo è triste. Avevo una mezza idea di andare al mare, ma sulla costa piove. Da noi ancora no. So che i sentieri sono fuori combattimento, per tutta la pioggia che è caduta nei giorni scorsi e per gli alberi tirati giù dall'idice in piena. Resta la strada. Ma la sportiva è in ufficio, quindi MTB. Che sulla strada è un controsenso, ma per placare la scimmia questo ed altro.

Mi programmo veloce un giro di un paio d'ore, per evitare la pioggia. L'obiettivo è un paese ad una ventina di chilometri di distanza. Ho sentito che c'è una ciclabile che ci arriva, nuova di trinca. Sarebbe interessante capire dov'è, per futuri giri con la famiglia.

Parto, e ho subito freddo. Non ho ancora esperienza, questo è il mio primo inverno, non so ancora come vestirmi. Talvolta sono ottimista, e ho freddo, talvolta pessimista, e muoio di caldo. Infilo nella tasca sulla schiena la giacchina impermeabile, che non si sa mai, e pedalo.

Senza navigatore, naturalmente, che a Bentivoglio ci sono stato in macchina 1000 volte, e figurati se mi perdo. E infatti, dieci chilometri dopo, decido per una deviazione, e invece di bentivoglio al km 26 mi ritrovo ad Altedo. Così vicini e così lontani. Almeno mi sono scaldato.

Però che palle l'asfalto con la MTB, penso. Già io sono una mozzarella, ma si va ai due all'ora, non è bello. Attacco l'app kamoot, seleziono mtb e gli dico: e ora portami a casa. Possibilmente fuori strada. Sempre che ci sia, del fuori strada, in una delle zone agricole più piatte e fittamente abitate d'italia.

L'app ci pensa intensamente e poi sforna la soluzione. infilo il cellulo in tasca, tanto mi basta seguire le istruzioni vocali e parto. Gira a sinistra, dice l'app, e mi si spalanca un mondo a misura di gravel.

Non è che ci sono sterrati, nella campagna emiliana. E' PIENO di sterrati di cui non avevo mai nemmeno immaginato l'esistenza. tratturi, sentieri, cavedagne in mezzo ai campi. Argini, ancora argini, fango. E ghiaia, tanta ghiaia. A me le bici gravel (su cui peraltro non sono mai montato), ad istinto mi sono sempre sembrate delle c****e pazzesche. E invece eccolo qui, il paradiso del gravel. Ci ho vissuto a fianco per gli ultimi 15 anni, e non me n'ero mai accorto.

Scalo la marcia, mi infilo nel fango e godo. non è una vera uscita, se non ti infanghi. Mi perdo, anche. Il navigatore continua a portarmi verso un cancello, indicandomi di prendere il sentiero sulla destra. Ma non c'è il sentiero, scemo. Faccio di testa mia, e arrivo dalle parti di un'aia dove il cartello dice "ocio al cane feroce".

Mi fermo, indeciso. Proseguire, e sfidare il bestio, o tornare indietro ? sono quasi 10 km che giro nel nulla, tra casali diroccati, misteriose basi recintate con tanto di tricolore issato (scoprirò dopo che è un banale rigassificatore, non la base militare segreta che mi immaginavo).

Intanto, il buio è lontano, ma la bruma avanza. E le macchine, nella bruma, non ti vedono. Torno al sentiero desaparecido. il navigatore insiste. Mi fermo, guardo. Effettivamente c'è un argine. Ed effettivamente, a guardare proprio proprio bene, l'erba in certi tratti è leggermente consumata. Scalo, prendo la rincorsa, ci salgo. Faccio 50 metri alla cieca ed eccolo qui il mio sentierino.

Proseguo sull'argine fino ad un ponticello che da su una micro asfaltata che svolta verso una più grande. Scopro così una strada vicinale, tutta a ghiaia, che taglia la campagna per alcuni chilometri e mi porta in una micro frazione mai sentita in vita mia. Ok, siamo la km 40 e rotti, tempo di rincasare. Incredibilmente sono abbastanza vicino a casa. Faccio gli ultimi 10 km su asfalto, infilo a tromba la rampa dei garage e blocco il contachilometro a 51 km e sblisga.

La bici è un pantano ambulante, ma anche oggi la pulisco domani. 51 e rotti è abbastanza, per me. Le gambe dicono "divano, please".

La testa, ancora piena dei profumi della bassa, invece dice "grazie" . E basta.
 

patbici

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Ieri, come al solito, mi sono svegliato presto.

Chiudo la porta di mezzo, per non svegliare moglie e pupi, e preparo il caffè.
Intanto guardo mezzo assonnato fuori dalla finestra. E' ancora buio, difficile capire il meteo. Registro soltanto che la neve caduta nei giorni scorsi si è sciolta, e che non fa molto freddo.

Peccato, però. Mi sarebbe proprio piaciuto andare con la MTB in mezzo alla neve, e non ci penso proprio a ficcarmi in mezzo al fango a bagnarmi tutto. A settembre era bello, ma con meno di 10 gradi non è cosa.

Mentre ci ragiono, in ciabatte e vestaglione di flanella da fantozzi, emerge l'idea ricorrente di andare ad Imola. Dovete sapere che alcuni anni fa corricchiavo, e che il pensiero "la faccio fino ad Imola" era ricorrente. Non l'ho mai fatto. Quei 30 chilometri erano decisamente sopra le mie possibilità, ma il pensiero c'era.

Accendo kamoot e mi studio il percorso. Se prendo la bici da strada e imbocco la via ravegnana, devo fare Molinella, poi girare a destra fino a Castel San Pietro, poi la via Emilia fino ad imola. Sono circa 36 ad andare e altrettanti a tornare, 72 km. Troppo lungo, io non li ho mai fatti 72 km in biga, non so nemmeno se riuscirei. Se invece tiro dritto fino alla via Emilia all'altezza di Idice, e poi seguo la strada, i km sono solo 30. 30 più trenta fa 60, li posso fare 60 km in biga ? Credo di si, non li ho mai fatti ma ci sono arrivato vicino.

Mi balocco con l'idea tutta la mattina, mentre vado a fare acquisti coi ragazzi. Più ci penso e più mi piace. tra l'altro, si è aperta una splendida giornata, è fresco ma c'è il sole, la strada si sta asciugando. Inoltre, la scorsa settimana ho lavorato sulla posizione delle torrette dei freni della stradale. Sono curioso di provarla, per vedere se le mie elucubrazioni al riguardo erano o meno sensate.

All'ora di pranzo mollo baracca e burattini e inforco la biga. Litigo un po' con gli spd, esco dal paese e arrivo alla rotonda. Per arrivare alla via Emilia dovrei tirare dritto, ma invece svolto a destra, verso Molinella. Lo so, la allungo, ma non importa. C'è meno traffico a quest'ora, e in questo momento la provinciale che passa in mezzo ai campi mi piace di più.
Prendo il ritmo, sincronizzando i pedali col fiato. mi concentro sulla posizione delle torrette. L'inclinazione che ho dato va bene, in presa bassa arrivo alle leve ed è già un risultato. Ma quella sinistra è un po' troppo inclinata in fuori, ed è scomoda. Anche la destra dovrei inclinarla un pelino all'interno. mentre pompo coi piedi, parto verso un mondo mentale che prescinde dalla realtà, visualizzando il filmato nel quale smonto nuovamente il nastro del manubrio, svito e riposiziono le torrette. Mi viene l'idea per uno strumento che garantisca un posizionamento simmetrico delle torrette, senza andare ad occhio, e mi appunto l'idea per ragionarci in seguito. Intanto guardo la strada senza vederla, mentre la riga bianca scorre quasi sotto la mia ruota. Il sole mi scalda la schiena, il vento in faccia è freddo ma non gelido. I guanti, che ho pagato 14 sanguinosissimi euri su amazon dopo averne letto sul forum, funzionano. Sto da dio.

A Molinella c'è un problema. la strada per Castel San pietro è una specie di tangenziale, lo sapevo ma non ci avevo pensato. Ci potrò andare con la bici ? indeciso, guardo i cartelli. Niente divieti. Mi guardo intorno, nessuno in giro. Campi dovunque. vabbè, mi dico, io vado. Mi piazzo sul lato della strada e pompo come un pazzo, per farla tutta prima che i caramba mi fermino. Tengo rapporti corti, e mi diverto a sentire gli scatti nervosi che la bici mi trasmette ad ogni tuffo del piede. Sto usando scarpe morbide, da pedali flat, che anche con gli spd non permettono di sfruttare al meglio la forza della gamba che risale. Vorrei fermarmi per vedere se, stringendo a morte i lacci, riesco a compensare la deformazione della tomaia. Mi ripeto "adesso mi fermo" almeno per 5 km, ma alla fine non lo faccio, non mi va di rompere l'equilibrio in cui siamo io, la bici e la strada. Non importa, comunque, passo l'imbocco dell'autostrada ed il semaforo sulla via Emilia è già qui che arriva.

Svolto, e sono sulla statale. Uno sguardo al contachilometri. I 20 km sono passati, e io non sono ancora nemmeno quasi partito. inizio a pensare che questa cosa è più grande di me, e che se anche tornassi, diciamo dopo essere arrivato a Dozza, ne verrebbe comunque fuori un giretto degno di questo nome. Ma io non voglio Dozza, voglio Imola. Imola. Imola o morte. Semmai tornerò piano piano, per strada non ci rimango.

Non che io vada forte, comunque. ho appena toccato i secondi anta e non sono propriamente un figurino, anche se anni di corsa e di kite mi hanno lasciato delle gambe forti. I ciclisti che supero io sono solo i rottami umani, mentre sono superato da tutti quelli con l'aspetto minimamente da ciclista.

A Dozza mi infilo sulla ciclabile, finalmente lontano dalle macchine. Mi disturba il fatto che la ciclabile non sia dritta, e che si debba rallentare ad ogni incrocio pedonale ma me ne faccio una ragione. Finalmente arrivo a Piratello e poi Imola.

Rallento, girellando ai due all'ora fino in piazza. Mi fermo, guardando l gruppi di ragazzi che fanno lo struscio del dopo pranzo. Mando un uazzap sul gruppo di famiglia, per dire che sono arrivato e ora torno. Guardo l'ora. Devono avere finito di mangiare, forse i ragazzi stanno facendo i compiti. mentre ci penso, mi sento che sto perdendo qualcosa. Non ha senso stare qui, in questa piazza estranea che, ora che l'ho raggiunta, non mi significa più niente. E' il momento di tornare indietro.

Inforco la biga, adesso che il sole inizia a calare ho un poco freddo. per fortuna non sono sudato, l'abbigliamento tecnico fa il suo dovere. Solo i guanti, dentro sono umidi, ma sono comunque caldi. Tocca muoversi, però. Decido di farla breve, quindi Imola, idice, poi si gira a destra e via a casa. Sono comunque 30 km da macinare.

Rientro in quella sorta di dormiveglia vigile in cui cado ogni volta in cui corro o vado in bici o cammino in montagna. E' uno stato in cui sento acutissime tutte le sensazioni del corpo - il singolo battito cardiaco, il prurito ai lati di un dito, il fruscio della giacca sui peli del braccio -, mentre vedo il mondo esterno come attraverso un vetro. E' li, ma anche no, e comunque è lontano, è altro. la bici invece è un estensione del mio corpo, e sento ogni movimento del cambio e della catena come se facesse parte del mio corpo.

C'è un rapporto, in particolare, che non entra perfetto, la catena ha sempre un attimo di esitazione prima di entrarci. Cambio ripetutamente, cercando di capire se il sistema è sregolato, oppure se si tratta di una particolarità intrinseca del 105. Ne concludo che il cambio non ha niente, e che semplicemente i due rapporti hanno un po' di dislivello che rende più faticoso il passaggio. Me ne farò una ragione.
Oppure, il rumore che viene dalla ruota davanti. Sento, un lieve tic tic quando prendo le buche. non capisco da dove viene, non ci avevo mai fatto caso. Ci ragiono, mentre nel dormiveglia macino i chilometri con regolarità. Ne concludo che sono le pastiglie del disco anteriore, che evidentemente hanno qualche decimo di gioco e ballano nelle buche.

In tutto questo, il pilota automatico mi tiene sulla striscia bianca. E' ormai pomeriggio, e il traffico è aumentato. Pare che ogni imolese dotato di quattro ruote senta il bisogno di andare a Bologna. Io sto di lato, e loro mi stanno alla larga. Tutti meno uno, che invece mi passa a pochi centimetri dal manubrio. Mi prende un accidente, il cuore si ferma mentre vedo la fiancata grigia sfilarmi lentamente al fianco. Ci rimugino sopra per i chilometri successivi. Io sto attento a farmi di lato, che ci vuole ad allargare un attimo. Ci si può far male. Che cacchio.

Mi passa a fianco anche un ciclista "vero". per dir la verità ne ho incontrati pochi, forse sono usciti tutti la mattina presto. E' un omone enorme, secco e lungo, con due gambe lunghe un chilometro. E' tutto vestito di nero, su una bici con scritto carbonio da tutte le parti. macina rapporti agili come un pazzo, e mi passa lentamente.
Normalmente non succede, ma stavolta mi scatta la competizione. Nulla è più importante dal non farmi lasciare indietro. Lui, il mio obiettivo inconsapevole, si allontana lentamente, ma io devo stargli dietro. per un chilometrino o poco più reggo, mi pare anche di riprendere terreno. Abbiamo poche decine di metri di distanza. Poi cedo, guardandolo allontanarsi lentamente, Io sono scarso ed ho più di 50 km nelle gambe. Lui è manifestamente di un'altra razza.

Già, le gambe. Finora non le ho sentite, ma dopo il cinquantesimo chilometro hanno iniziato ad agitarsi, e verso il sessantesimo sento un richiamo proveniente dai bassifondi.
"chi è ?"
"Siamo le gambe, buongiorno. Senta, caro il mio Lei, non si era detto che si arrivava solo ad Imola?"
"Si, in effetti ..."
"Ecco, le vorremmo dire che Imola era 25 km fa, e quindi, insomma, noi avremmo già dato"
"Ma care bambine, dobbiamo tornare a casa"
"Macchè casa, caro Lei. Non si trattano così delle povere gambe. Lei tiene il sedere sulla sedia della scrivania quasi tutto il tempo, poi ci dice andiamo ad Imola e di punto in bianco ci troviamo a biciclettare per mezza europa"
"Non è mezza europa, è solo casa - imola - casa"
" Macchè casa d'egitto, ci siamo capiti. Noi teniamo ancora un poco, e poi stacchiamo. Sciopero!"

Mentre io e le gambe litighiamo, loro comunque tengono. Sono arrivato, comunque. Passo tutte le rotonde, entro in paese, taglio per un parco con la bici che mi dice "oh, non scherziamo che non sono una gravel e nel fango tengo zero", salto giù da un marciapiede e finalmente imbocco la rampa dei garage. Mi concedo la sgommata della vittoria e blocco il contachilometri a 67,19. Ci ho messo qualcosa in meno di 2 ore e 40, comprese le pause e i cazzeggi per il centro di imola.

Qualcuno sorriderà del risultato, che in senso assoluto è scarsino, ma non importa. Per me è un qualcosa. Sono i miei primi sessanta chilometri.
 
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AlexV

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A pedali
Mi piacciono i tuoi racconti (no... non è una proposta sentimentale, non fraintendermi eh? :loll:)

Penso che noi della famiglia dei "biker scarsimmus" ci ritroviamo al 100% :pirletto:
 
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patbici

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Esco dalla porta di casa, col mio bel completino da ridicolo, e il freddo mi sbatte in faccia come una porta sgarbata. Mentre butto le immondizie, passo di fianco alla macchina di mia moglie, che è coperta da 2 millimetri di ghiaccio.

Si gela, e non c'è nessuno in giro. Rabbrividisco. Cosa ci faccio qui fuori ? Per un momento penso di voltare i tacchi e tornare a letto, dove mi aspetta una moglie abbracciosa. Inoltre, quando mi sono alzato, un'oretta fa, il mio posto è stato preso d'assalto da due marmocchi, che ora ronfano felici di fianco alla mamma. Due bambini caldini, ancora abbastanza piccoli da fare le fusa quando dormono abbracciati al loro vecchio.

Però il mio amico G. è già qui, che scarica la bici. Tiro fuori la mia e lo raggiungo. Partiamo lenti. Intanto che ci scaldiamo, discutiamo di quanto sia da idioti essere in giro prima delle 9 di mattina, la domenica, con la brina che copre i campi ed il sole che non si decide a venir fuori. Avremmo potuto uscire a mezzogiorno, col sole alto che probabilmente ti scalda la schiena.

L'obiettivo di oggi è una collina che G. dice essere "sopra pizzocalvo". E' un giro che io non conosco e che lui ha già fatto anni or sono. Dal suo scarno racconto, capisco che c'è una salita pesa, fatta di sassi e roccia. ma poi c'è una bella discesa. Non chiedo i particolari. I racconti di G., che gira in bici nei dintorni da 30 anni, sono infarciti di località che a me non dicono niente. Io invece in bici non sono andato mai, e fino a ieri di posti come "la chiesa di pizzocalvo" o "il farneto" non me n'è mai fregato nulla.

G. mi vettora attraverso un intrico di stradine di ghiaia che ci portano ad una provinciale che ci porta ad una vicinale che ci porta ad un sentiero. Qui la conosco, è il mio sentiero lungofiume che ha già fatto parecchie volte. Ha cambiato faccia, però. La piena dell'idice ha fatto un disastro, e in certi punti il torrente si è mangiato un buon metro di argine e di sentiero. Certe zone sono addirittura pericolose, viaggi al sommo di muri di terra scavati dallacqua alla base che potrebbero franarti sotto da un momento all'altro.

Me la godo, comunque. Mi sono scaldato, e gli strati protettivi ora fanno il loro dovere. Sono agganciato agli spd, e in mezzo al fango fa un po' strano. Mi sento a mio agio, non ho paura di cadere senza sganciare. Ma io sono un tipo apprensivo, non ci devo pensare. Comunque qui è sentiero tranquillo con qualche su e giù, siamo ancora in fase di avvicinamento.

Arriviamo al ponte che attraversa il fiume, il quale è sbarrato da blocchi di cemento. Non ci sono segnali di pericolo di crollo però. Gettiamo le bighe oltre l'ostacolo, aiutiamo una leggiadra fanciulla ad attraversare con cane a rimorchio e ci infiliamo sulla strada ghiaiata dall'altra parte. Pochi metri dopo G. gira a destra, su un sentierino che non avevo mai notato, e si inizi a salire.

La prendo in allegria. Non scaleremo il Monte Bianco, beninteso. E solo una collinetta come ce ne sono tante intorno a Bologna, talmente comune che non ha nemmeno un nome proprio. C'è solo un punto che la "guida ai sentieri per mtb" definisce tecnico, e che - guardando la cartina - ho capito essere bastardo. In quel punto il sentiero, invece di salire progressivamente lungo la costa del calanco, si arrampica direttamente verso la cima, tagliando di netto le curve di altitudine. Kamoot dice che in quel tratto la pendenza passa da un fattibile 7/8 % ad un piu' ostico 17 %. Ho stimato un chilometrino di sofferenza, ma sono abbastanza ottimista. C'è solo il fatto che questo giro, nella magica guida, è dichiarato di livello intermedio. Sarò abbastanza intermedio anche io, coi pochi km che ho nelle gambe ed i quintali di cibo ingurgitati durante le feste ? Mah. Io ci provo.

Nel giro di poco, però finisco le marce agili. Davanti a me, sul manubrio, ho l'orologio gps che mi da poche indicazioni. Sostanzialmente so che siamo in giro da meno di un'ora, e so quanti chilometri abbiamo fatto. Invece - poichè da buon somaro non ho studiato abbastanza - non ho idea se questa salita faccia già parte o meno del chilometrino bastardo. Vista da sotto, mentre la guardi passare sotto le ruote, ogni salita sembra quasi verticale. Invece, quando ti fermi e la guardi coi piedi a terra, si rivela in lieve pendenza. Mi manca l'occhio, quindi io le approccio tutte coi rapporti minimi, come se scalassi il Monte Everest.

Mentre io macino come un mulino impazzito, G. mi precede salendo con gran flemma. Ricordo che una volta, in montagna, feci un pezzo di sentiero a rimorchio di un contadino di mezza età, che poi si rivelò essere il cuoco del rifugio dove avremmo dormito quella notte. Procedeva a passi lenti, tutti uguali, con la pipa in bocca. Aveva un vecchio zaino, per metà pieno di pane. Ci disse che di solito si spostava in moto da cross, ma che quel giorno non era partita. Non aveva fretta, non andava veloce, procedeva regolare senza apparente sforzo. Ecco G. saliva così, in parte aiutato dalle gambe allenate, in parte dal suo carattere posato, in parte dal motore della biga elettrica.

Cerco di stargli dietro, un poco in affanno. Col rapporto agile faccio poca fatica, ma anche poca strada, quindi macino e rimacino a ritmo sostenuto. Pare che siamo arrivati, però, dopo la curva il sentiero sembrerebbe proseguire in piano, forse siamo in cima. Faccio gli ultimi cento metri di slancio, frustando la bici perche' corra piu' piu' forte. Svolto la curva e ops, eccola la salita vera, la parte impegativa comincia adesso. Sono stato un filino ottimista.

G., sempre laconico, mi avverte da sopra la spalla che questa è la pietraia che mi diceva, o meglio "la parte bella". Io capisco di essere nei guai. Ho voluto fare lo sborone e ho il cuore altissimo che mi rimbalza nelle orecchie. Se questa è la parte bella, vuol dire che dopo ce n'è una brutta. Ma dove cacchio sarà, la parte brutta? quella bella svetta dritta verso il cielo, e pare infinita.

Rallento, dosando le forze e cercando di indurire il rapporto. Se finisco i rapporti agili, finiscono anche i canditi. Penso che ce la potrei anche fare, se solo il cardio si desse una calmata.
In fondo, sta pietraia è fattibilissima. FAT-TI-BI-LIS-SI-MA. Fattibilissima. SE non ci fosse il fango che ti rallenta tra una pietra e l'altra. SE non ci fosse una pietra tra una pozza di fango e l'altra. E SE ci fosse un bell'asfalto liscio, di quelli scorrevoli scorrevoli. E magari, crepi l'avarizia, un bellissimo skilift che ti traina fino in cima.

A metà del sentiero, cedo e metto i piedi a terra. Inutile prendersi per il cubo, ho il cuore in gola, non ce la faccio. più che le gambe, cede la testa. Il cuore in gola ti toglie il respiro, la prospettiva e la volontà. Spingendo la bici in salita, tra un battito concitato e l'altro, mi dico che avrei dovuto dosare le forze prima, invece di fare il bersagliere come Fantozzi. Mi vergogno anche, quando vengo superato da un tipo che, pur con visibile sforzo, sale di buon passo.

Poco dopo, a forza di camminare, il cuore è tornato al suo posto, e c'è un piccolo falsopiano. G. è desaparecido dietro la curva, saldamente ancorato ai pedali, e non c'è proprio bisogno di raccontargli della salita a spinta. Rimonto, spigo sui pedali con tutta la mia forza per ridare abbrivio alla bici e vedo improvvisamente le stelle. CRAMPO, maledizione. Un dolore improvviso e lancinante mi attenaglia il polpaccio sinistro. Il muscolo si è accartocciato in un nodo savoia e rifiuta di scioglierlo. Mai sentito un dolore così, almeno negli ultimi anni, e dire che io sono il tizio che è riuscito a farsi un buco in testa con lo spigolo del basculante del garage.

Mi siedo a lato del sentiero, massaggiandomi la gamba diventata di pietra. Provo ad alzarmi, ma non mi tiene. Per un momento fantastico di elisoccorsi e di ambulanze, poi il buon senso prevale e pian piano mi rialzo. Qualche passo incerto, poi ricomincio a salire a spinta, usando la bici come una specie di deambulatore.

Qualche minuto dopo sono nuovamente in sella. Se spingo di punta la gamba mi fa meno male, quindi pedalo assimmetrico, con la destra che compensa la sinistra mezza marcia. Distratto dal male alla gamba, mi dimentico che la salita e' bastarda e ne pedalo piano piano la restante parte. Credo di essere sulla parte brutta, che a parte qualche lastrone di roccia di troppo è indistinguibile dalla parte bella. Bene o male, a passo d'uomo arrivo in cima, dove G. sta schiacciando un pisolino in mia attesa. C'è il sole, sopra, la giornata si è aperta ed un pò di tepore ci scalda la faccia. La parte brutta è finita, dice il nostro, ora c'è un po di saliscendi, su ghiaia ed asfalto, e poi ci siamo.

Sempre a passo d'uomo, dosando le forze e i rapporti, passo su stradine costeggiate da rispettabili villone di campagna, pensando che di li, se nevicasse, si scenderebbe solo col trattore. Il mio cane da pastore di fiducia procede lento insieme a me, senza dirmi niente. Lo so che non è il suo passo, e mi dispiace rovinargli il giro, ma gli sono grato della sua pazienza. In ogni caso, la gamba ha ripreso abbastanza a girare, e me la godo. Ci buttiamo in un paio di discese, solo per scoprire che abbiamo sbagliato strada e risalire in cima.

Finalmente imbocchiamo un sentierino che porta a valle. E' in ombra, quindi si scende lungo una sorta di canale incassato, cosparso di brina, fango bagnato e sassoni. G. va giù con disinvoltura, io sono molto più cauto, ma arrivo alla fine comunque soddisfatto. Nonostante la velocità di sapore omeopatico, i piedi a terra non li ho messi mai. E' un risultato.

Il sentiero ci porta su una ghiaiata in discesa, che facciamo abbastanza veloci divertendoci molto. io ci tiro con prudenza, ma lui scende a rotta di collo e arriva in fondo, tanto per cambiare, prima di me. 10 minuti di goduria ed è già finita, siamo nuovamente a valle. In un'altra valle, però. Abbiamo scavallato e dalla valle dell'Idice siamo passati in val di Zena, sulla provinciale che ci riporta a casa.

Fa un freddo porco, in val di Zena, perchè la nebbia si è incuneata tra le colline e amplifica la sensazione di gelo. Ci guardiamo, e senza dirci niente accelleriamo il passo, nella speranza di sbucare al sole. E però il sole ce lo siamo lasciato in alto, sopra la foschia, e non spunterò più per tutto il giorno.

Il ritorno è senza storia. Mentre pedaliamo lungo stradine secondarie, commentiamo brevemente il giro. Non si parla molto, però, e del resto abbiamo fatto un giro corto, sono meno di 40 km. Ci capiamo molto bene, io e lui, ci conosciamo da tanti anni. Non c'è bisogno di tante parole. Ora che si arriva la mia gamba è quasi a posto, riesco quasi ad usare il polpaccio normalmente.
Salgo in casa, mi tolgo la roba sudata e infangata. I ragazzi mi abbracciano e si ritraggono ridacchiando, protestando perchè sono tutto gelido. Faccio la doccia più calda del west, fino a sciogliermi nel vapore.

Pero' questo giro mi ha svelato la risposta alla domanda mattutina.
Perchè uno dovrebbe partire la mattina presto, a prendere freddo in bici, per salire in posti dove non ha nessun bisogno di andare ?
Per godersi la doccia finale, mi sa.
 
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cbet

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Verona (dintorni)
Bike
Orbea Oiz H20 2020
Esco dalla porta di casa, col mio bel completino da ridicolo, e il freddo mi sbatte in faccia come una porta sgarbata. Mentre butto le immondizie, passo di fianco alla macchina di mia moglie, che è coperta da 2 millimetri di ghiaccio.

Si gela, e non c'è nessuno in giro. Rabbrividisco. Cosa ci faccio qui fuori ? Per un momento penso di voltare i tacchi e tornare a letto, dove mi aspetta una moglie abbracciosa. Inoltre, quando mi sono alzato, un'oretta fa, il mio posto è stato preso d'assalto da due marmocchi, che ora ronfano felici di fianco alla mamma. Due bambini caldini, ancora abbastanza piccoli da fare le fusa quando dormono abbracciati al loro vecchio.

Però il mio amico G. è già qui, che scarica la bici. Tiro fuori la mia e lo raggiungo. Partiamo lenti. Intanto che ci scaldiamo, discutiamo di quanto sia da idioti essere in giro prima delle 9 di mattina, la domenica, con la brina che copre i campi ed il sole che non si decide a venir fuori. Avremmo potuto uscire a mezzogiorno, col sole alto che probabilmente ti scalda la schiena.

L'obiettivo di oggi è una collina che G. dice essere "sopra pizzocalvo". E' un giro che io non conosco e che lui ha già fatto anni or sono. Dal suo scarno racconto, capisco che c'è una salita pesa, fatta di sassi e roccia. ma poi c'è una bella discesa. Non chiedo i particolari. I racconti di G., che gira in bici nei dintorni da 30 anni, sono infarciti di località che a me non dicono niente. Io invece in bici non sono andato mai, e fino a ieri di posti come "la chiesa di pizzocalvo" o "il farneto" non me n'è mai fregato nulla.

G. mi vettora attraverso un intrico di stradine di ghiaia che ci portano ad una provinciale che ci porta ad una vicinale che ci porta ad un sentiero. Qui la conosco, è il mio sentiero lungofiume che ha già fatto parecchie volte. Ha cambiato faccia, però. La piena dell'idice ha fatto un disastro, e in certi punti il torrente si è mangiato un buon metro di argine e di sentiero. Certe zone sono addirittura pericolose, viaggi al sommo di muri di terra scavati dallacqua alla base che potrebbero franarti sotto da un momento all'altro.

Me la godo, comunque. Mi sono scaldato, e gli strati protettivi ora fanno il loro dovere. Sono agganciato agli spd, e in mezzo al fango fa un po' strano. Mi sento a mio agio, non ho paura di cadere senza sganciare. Ma io sono un tipo apprensivo, non ci devo pensare. Comunque qui è sentiero tranquillo con qualche su e giù, siamo ancora in fase di avvicinamento.

Arriviamo al ponte che attraversa il fiume, il quale è sbarrato da blocchi di cemento. Non ci sono segnali di pericolo di crollo però. Gettiamo le bighe oltre l'ostacolo, aiutiamo una leggiadra fanciulla ad attraversare con cane a rimorchio e ci infiliamo sulla strada ghiaiata dall'altra parte. Pochi metri dopo G. gira a destra, su un sentierino che non avevo mai notato, e si inizi a salire.

La prendo in allegria. Non scaleremo il Monte Bianco, beninteso. E solo una collinetta come ce ne sono tante intorno a Bologna, talmente comune che non ha nemmeno un nome proprio. C'è solo un punto che la "guida ai sentieri per mtb" definisce tecnico, e che - guardando la cartina - ho capito essere bastardo. In quel punto il sentiero, invece di salire progressivamente lungo la costa del calanco, si arrampica direttamente verso la cima, tagliando di netto le curve di altitudine. Kamoot dice che in quel tratto la pendenza passa da un fattibile 7/8 % ad un piu' ostico 17 %. Ho stimato un chilometrino di sofferenza, ma sono abbastanza ottimista. C'è solo il fatto che questo giro, nella magica guida, è dichiarato di livello intermedio. Sarò abbastanza intermedio anche io, coi pochi km che ho nelle gambe ed i quintali di cibo ingurgitati durante le feste ? Mah. Io ci provo.

Nel giro di poco, però finisco le marce agili. Davanti a me, sul manubrio, ho l'orologio gps che mi da poche indicazioni. Sostanzialmente so che siamo in giro da meno di un'ora, e so quanti chilometri abbiamo fatto. Invece - poichè da buon somaro non ho studiato abbastanza - non ho idea se questa salita faccia già parte o meno del chilometrino bastardo. Vista da sotto, mentre la guardi passare sotto le ruote, ogni salita sembra quasi verticale. Invece, quando ti fermi e la guardi coi piedi a terra, si rivela in lieve pendenza. Mi manca l'occhio, quindi io le approccio tutte coi rapporti minimi, come se scalassi il Monte Everest.

Mentre io macino come un mulino impazzito, G. mi precede salendo con gran flemma. Ricordo che una volta, in montagna, feci un pezzo di sentiero a rimorchio di un contadino di mezza età, che poi si rivelò essere il cuoco del rifugio dove avremmo dormito quella notte. Procedeva a passi lenti, tutti uguali, con la pipa in bocca. Aveva un vecchio zaino, per metà pieno di pane. Ci disse che di solito si spostava in moto da cross, ma che quel giorno non era partita. Non aveva fretta, non andava veloce, procedeva regolare senza apparente sforzo. Ecco G. saliva così, in parte aiutato dalle gambe allenate, in parte dal suo carattere posato, in parte dal motore della biga elettrica.

Cerco di stargli dietro, un poco in affanno. Col rapporto agile faccio poca fatica, ma anche poca strada, quindi macino e rimacino a ritmo sostenuto. Pare che siamo arrivati, però, dopo la curva il sentiero sembrerebbe proseguire in piano, forse siamo in cima. Faccio gli ultimi cento metri di slancio, frustando la bici perche' corra piu' piu' forte. Svolto la curva e ops, eccola la salita vera, la parte impegativa comincia adesso. Sono stato un filino ottimista.

G., sempre laconico, mi avverte da sopra la spalla che questa è la pietraia che mi diceva, o meglio "la parte bella". Io capisco di essere nei guai. Ho voluto fare lo sborone e ho il cuore altissimo che mi rimbalza nelle orecchie. Se questa è la parte bella, vuol dire che dopo ce n'è una brutta. Ma dove cacchio sarà, la parte brutta? quella bella svetta dritta verso il cielo, e pare infinita.

Rallento, dosando le forze e cercando di indurire il rapporto. Se finisco i rapporti agili, finiscono anche i canditi. Penso che ce la potrei anche fare, se solo il cardio si desse una calmata.
In fondo, sta pietraia è fattibilissima. FAT-TI-BI-LIS-SI-MA. Fattibilissima. SE non ci fosse il fango che ti rallenta tra una pietra e l'altra. SE non ci fosse una pietra tra una pozza di fango e l'altra. E SE ci fosse un bell'asfalto liscio, di quelli scorrevoli scorrevoli. E magari, crepi l'avarizia, un bellissimo skilift che ti traina fino in cima.

A metà del sentiero, cedo e metto i piedi a terra. Inutile prendersi per il cubo, ho il cuore in gola, non ce la faccio. più che le gambe, cede la testa. Il cuore in gola ti toglie il respiro, la prospettiva e la volontà. Spingendo la bici in salita, tra un battito concitato e l'altro, mi dico che avrei dovuto dosare le forze prima, invece di fare il bersagliere come Fantozzi. Mi vergogno anche, quando vengo superato da un tipo che, pur con visibile sforzo, sale di buon passo.

Poco dopo, a forza di camminare, il cuore è tornato al suo posto, e c'è un piccolo falsopiano. G. è desaparecido dietro la curva, saldamente ancorato ai pedali, e non c'è proprio bisogno di raccontargli della salita a spinta. Rimonto, spigo sui pedali con tutta la mia forza per ridare abbrivio alla bici e vedo improvvisamente le stelle. CRAMPO, maledizione. Un dolore improvviso e lancinante mi attenaglia il polpaccio sinistro. Il muscolo si è accartocciato in un nodo savoia e rifiuta di scioglierlo. Mai sentito un dolore così, almeno negli ultimi anni, e dire che io sono il tizio che è riuscito a farsi un buco in testa con lo spigolo del basculante del garage.

Mi siedo a lato del sentiero, massaggiandomi la gamba diventata di pietra. Provo ad alzarmi, ma non mi tiene. Per un momento fantastico di elisoccorsi e di ambulanze, poi il buon senso prevale e pian piano mi rialzo. Qualche passo incerto, poi ricomincio a salire a spinta, usando la bici come una specie di deambulatore.

Qualche minuto dopo sono nuovamente in sella. Se spingo di punta la gamba mi fa meno male, quindi pedalo assimmetrico, con la destra che compensa la sinistra mezza marcia. Distratto dal male alla gamba, mi dimentico che la salita e' bastarda e ne pedalo piano piano la restante parte. Credo di essere sulla parte brutta, che a parte qualche lastrone di roccia di troppo è indistinguibile dalla parte bella. Bene o male, a passo d'uomo arrivo in cima, dove G. sta schiacciando un pisolino in mia attesa. C'è il sole, sopra, la giornata si è aperta ed un pò di tepore ci scalda la faccia. La parte brutta è finita, dice il nostro, ora c'è un po di saliscendi, su ghiaia ed asfalto, e poi ci siamo.

Sempre a passo d'uomo, dosando le forze e i rapporti, passo su stradine costeggiate da rispettabili villone di campagna, pensando che di li, se nevicasse, si scenderebbe solo col trattore. Il mio cane da pastore di fiducia procede lento insieme a me, senza dirmi niente. Lo so che non è il suo passo, e mi dispiace rovinargli il giro, ma gli sono grato della sua pazienza. In ogni caso, la gamba ha ripreso abbastanza a girare, e me la godo. Ci buttiamo in un paio di discese, solo per scoprire che abbiamo sbagliato strada e risalire in cima.

Finalmente imbocchiamo un sentierino che porta a valle. E' in ombra, quindi si scende lungo una sorta di canale incassato, cosparso di brina, fango bagnato e sassoni. G. va giù con disinvoltura, io sono molto più cauto, ma arrivo alla fine comunque soddisfatto. Nonostante la velocità di sapore omeopatico, i piedi a terra non li ho messi mai. E' un risultato.

Il sentiero ci porta su una ghiaiata in discesa, che facciamo abbastanza veloci divertendoci molto. io ci tiro con prudenza, ma lui scende a rotta di collo e arriva in fondo, tanto per cambiare, prima di me. 10 minuti di goduria ed è già finita, siamo nuovamente a valle. In un'altra valle, però. Abbiamo scavallato e dalla valle dell'Idice siamo passati in val di Zena, sulla provinciale che ci riporta a casa.

Fa un freddo porco, in val di Zena, perchè la nebbia si è incuneata tra le colline e amplifica la sensazione di gelo. Ci guardiamo, e senza dirci niente accelleriamo il passo, nella speranza di sbucare al sole. E però il sole ce lo siamo lasciato in alto, sopra la foschia, e non spunterò più per tutto il giorno.

Il ritorno è senza storia. Mentre pedaliamo lungo stradine secondarie, commentiamo brevemente il giro. Non si parla molto, però, e del resto abbiamo fatto un giro corto, sono meno di 40 km. Ci capiamo molto bene, io e lui, ci conosciamo da tanti anni. Non c'è bisogno di tante parole. Ora che si arriva la mia gamba è quasi a posto, riesco quasi ad usare il polpaccio normalmente.
Salgo in casa, mi tolgo la roba sudata e infangata. I ragazzi mi abbracciano e si ritraggono ridacchiando, protestando perchè sono tutto gelido. Faccio la doccia più calda del west, fino a sciogliermi nel vapore.

Pero' questo giro mi ha svelato la risposta alla domanda mattutina.
Perchè uno dovrebbe partire la mattina presto, a prendere freddo in bici, per salire in posti dove non ha nessun bisogno di andare ?
Per godersi la doccia finale, mi sa.
belli davvero i tuoi racconti !
Dovresti prendere seriamente in considerazione l'idea di scrivere un bel libro. Io lo comprerei.
 

patbici

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bologna
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Cube race one - triban rc 520
Ci sono giorni in cui sei meno attivo di altri.

Ci sono giorni in cui ti svegli con calma, resti a ponzare sotto il piumone leggendo un libro sul kobo e pensi che si, fuori c'è il sole e fare un giro sarebbe fantastico, ma anche un bel film sul divano, con la copertina d'ordinanza, le calze grosse e il vestaglione di pile non sarebbe male.

E tuttavia ti senti quasi in obbligo, sai che se perdi l'occasione poi in mezzo alla settimana è tutto complicato, sai che poi ti mancherà. E ti chiedi cos'è tutta sta fotta per la bici, che solo sei mesi fa ti era totalmente indifferente, e ci rifletti, e trovi ottime scuse per non muoverti dalla sedia, e poi ci ripensi e ti insacchi dentro a quelle robe in licra che ti fanno sembrare un orso ballerino equivoco.

E ti viene in mente che solo ieri sei uscito al parco coi ragazzi, tutti in bici, a provare i surplace e quelle tre cunette che hai intravisto passando in macchina. E pensi che vi siete divertiti, e che il surplace inizia a venirti, e che uno dei ragazzi - quello ancora piccolo ma già mezzo adolescente quando giudica gli altri - ti ha fatto notare che sulla bici ti ecciti sempre, "come il papà di Hiccup quando incontra i draghi".

E allora ti vien voglia, dopotutto, magari un giro tranquillo. che poi c'è il manubrio della stradale da regolare, e una volta regolato bisogna per forza provarlo.

Ma la stradale è in ufficio, e allora prendi il rampichino e vai in centro sforzandoti di fare solo parchi, lungo il percorso ciclabile che hai casualmente scoperto in una sera di ottobre. E poi regoli la stradale col coltellino svizzero fatto di brugole, e parti dal centro per sperimentare il percorso che conti di fare in mezzo alla settimana all'ora di pranzo (che è la scusa ufficiale per la quale hai preso la stradale, anche se la verità è che in questo periodo compereresti ogni bici che ti passa sotto il naso, dalla graziella alla trial passando per la bmx).

E fai il percorso, e ti diverti, e scopri che lo straching alla schiena è servito e che puoi scendere a manetta dal discesone di Pianoro senza nemmeno toccare i freni, tutto raccolto in presa bassa dietro il manubrio.

E poi di nuovo perso, a zonzo per la città che senza accorgertene attraversi da un capo all'altro, alla ricerca di quella casa che tua moglie ha visto su internet e che le piacerebbe andare a vedere la prossima settimana con l'agenzia immobiliare.

E poi ancora, già che sei li, allunghi un pochino verso Granarolo, e allora tanto vale tornare a casa con la stradale, perchè tanto la mtb è legata nella cantina dello studio e in ogni caso è bella ma vecchiotta e non la tocca nessuno.

E il giretto di un'oretta che volevi fare son diventati quasi 60 chilometri in cui ti sei pure impegnato, perchè tu odi soffrire ma ti piace anche, e arrivi in tempo per cambiarti con calma e portare i ragazzi al cinema coi loro amichetti, mentre tua moglie si gode qualche ora di solitudine ascoltando i Pearl Jam mentre disfa l'albero di natale.

E tutto sta in equilibrio cosmico, e tu non sai scegliere tra mtb e stradale perchè ti piacciono tutte e due, e sei comunque soddisfatto della bella giornata e i ragazzi sono contenti e tua moglie sorride.
Non è merito della bici, sia inteso. Però ...
 
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Cube race one - triban rc 520
ieri era bello ma freddo, mentre oggi, qui, è primavera.

Mentre lavoravo, stamattina, sentivo la bici che scalpitava per fare un giro.
"un giretto all'ora di pranzo!" implorava la biga "E' per questo che mi hai preso, no ? Daje, solo un giretto".
Guardo il borsone col la roba da bici, che dorme in un'angolo del mio studio. Guardo l'agenda. Il pomeriggio è scarico, quindi la pausa pranzo è tutta mia.

Quatto Quatto (o forse cuatto cuatto, confesso di esser troppo pigro per una ricerchina ortografica) mi travesto da ciclista, recupero la bici ed esco nel sole accecante. Ho un mio giro standard per l'ora di pranzo, che suona come bologna centro - Rastigniano - Pianoro e ritorno. Una trentina di chilometri su strada che una volta uscito dalla città sono belli anche paesaggisticamente. Ma l'ho già fatto più volte, oggi non ne ho voglia.

Voglio qualcosa di nuovo, ma non voglio sudare troppo che poi non è studio-compatibile.
Qual'è l'opposto geografico di Rastignano ? E' Casalecchio, in direzione Modena. E allora andiamoci, a 'sto Casalecchio, che poi c'è anche una viteria specializzata inox e io ho proprio bisogno di certe viti per la tavola da kite.

Parto, ma non è molto divertente. In centro oggi sono tutti fuori, c'è un traffico della madonna. brucio N semafori, nella speranza di sveltire il percorso, ma sono comunque sempre fermo. Lo prendo come un segno del destino, si vede che oggi deve andare così.

Attraverso Casalecchio, mentre mentalmente lo cancello dalla carta geografica. E' un vero cesso, mi dico, soprattutto quando ti rovina le due ore di libertà che stavi pregustando.
Mentre sacramento mentalmente, sono attratto da un cartellino marrone, al lato della strada. Dice "Eremo di Tizzano", con la freccia a destra. Non ci penso quasi nemmeno: tutto, pur di mollare Casalecchio al suo destino.

Mi butto nella stradina, e in 200 metri sono ai margini del paese. Appena finiscono le case, il panorama diventa di collina, e comincia la salita.
Io scalo, scalo, scalo, cercando di accordare il ritmo del respiro con quello dei pedali. All'inizio faccio fatica, ma poi finalmente imbrocco il giusto ritmo e sento che per me è buono, che posso sostenerlo a lungo.
La bici fa lo slalom sull'asfalto screpolato, abbiamo appena lasciato la via principale e sembra di essere su di una strada di montagna, di quelle che vengono manutenute un anno no e l'altro pure.
Da dietro un recinto, un tacchino mi guarda, circondato da galline impertinenti, mentre un cagnetto mi abbaia.

Ma salgo. Non so quanto è pendente. il mio vecchio tom tom da polso lo sa ma non lo dice, ma non è importante. Kamoot poi mi dirà che si stava intorno al 12 %, grosso modo, ma neanche questo è importante. Ciò che conta è che io sento che per me è una salita tosta, e che comunque, amministrandomi bene, stavolta ce la faccio.

Mentre pedalo, sbuffando al ritmo dei pedali, mi chiedo perchè mi piacciano tanto le salite. Non ce la fò, non c'ho più il fisico, non l'ho mai avuto. Ho sempre fatto sport che più che fisico, richiedono una buona tecnica. Ho una buona capacità di analisi del movimento giusto, quello è il mio forte. Ma la potenza controllata, quella che ti richiede di dare tutto senza riserve per il gesto atletico, non è per me.
Eppure mi piace sentire la bici che sale, mi piace vedere la ruota anteriore che anche al rallentatore, continua a girare. Mi piace spingere sui pedali, anche quando sei vicino al limite e sai che stai bruciando più di quanto accumuli, e stai finendo la benzina. E mi piace arrivare a quel momento in cui capisci che stavolta ce la fai, non è scontato ma, se ti gestisci bene ... . Mi apre il cuore.

La parte più acida sarà un chilometrino, non di più. Il resto è impegnativo ma potabile anche secondo i miei standard. A forza di curve e tornanti arrivo all'eremo, e faccio un paio di foto, che mando a mia moglie.

Mi sento un po' cretino, in effetti. L'eremo pare diventato una trattoria, e da una finestra si sporge una robusta sgnaura di campagna che mi guarda con sospetto. Non capita tutti i giorni che un tizio dotato di occhiali da vista alla Filini, si presenti vestito di lycra gialla e nera nel tuo cortile.

Conscio dell'attenzione della femmina, sono tentato di ripartire saltando in sella alla bersagliera, ma temendo di capottarmi malamente opto per una ripartenza più sottotono.

Rifaccio la strada a ritroso, approfittando a man bassa dei freni a disco e facendo lo slalom tra crepe e buche. Sono gasatissimo, e sono in centro a Bologna in men che non si dica. Metto la bici in cantina, passando davanti al portiere che, abituato a vedermi in grisaglia breznev-style, guarda perpesso le mie pantacalze da ballerino col pannolone. Mi rifugio nella mia stanza e mi travesto nuovamente, 'sta volta, da persona seria.

Quanto mi è piaciuta, quella strada, però. E proseguiva oltre l'Eremo, anche.
Tornerò per esplorare ...
 
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