Rovaniemi 150: quando arrendersi non è una sconfitta

Rovaniemi 150: quando arrendersi non è una sconfitta

05/03/2018
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05/03/2018

Dal 2012 la Rovaniemi 150 è la prima ultramarathon invernale in Europa. L’itinerario, tra laghi, fiumi ghiacciati e foresta, si svolge intorno alla città di Rovaniemi, in Lapponia Finlandese, nel Circolo Polare Artico. Le distanze sono tre: 66km, 150km e 300km e si possono percorrere in fatbike, a piedi o con gli sci.

Da quando ho incominciato ad andare in bicicletta negli anni ’80,il mondo dei bikers si è evoluto molto in tecnica e fantasia. Sono rimasti la passione, il movimento muscolare dell’uomo, la fatica,il sudore, ma sono cambiate tanto le possibilità di godere del mezzo con le due ruote.
La bici grassa, la fat bike, è stata inventata principalmente per la neve, per percorrere sentieri e strade innevate e godere in un modo originale, in un modo diverso, dell’inverno. Grassa per il telaio, grassa per le ruote da 5 pollici, grassa per il peso.

La mia bicicletta, allestita per la gara, pesava ventottochili! Non riuscivo a crederci. Eppure ero stato scrupoloso e attento nella scelta dell’ attrezzatura, ma non è bastato. Avevo troppo peso. Decisamente.
Ho caricato la bici con il minimo indispensabile per percorrere i 300 chilometri della gara in autonomia e in sicurezza: benzina , un piccolo fornello, un pentolino in titanio, un paio di moffole di piuma, uno di guanti e sotto guanti, un berretto di lana, un passamontagna, una maschera antivento, una pila frontale, i pantavento e una giacca in piumino, due cambi intimi, cibo liofilizzato, buste di integratori alimentari, frutta secca in quantità calcolata per il tempo che prevedevo di stare in sella per coprire tutta la distanza e in base alle calorie che mi sarebbero servite a quelle temperature, batterie di riserva per lo spot, dotazione obbligatoria per essere sempre rintracciabili dagli organizzatori lungo il percorso, batterie per il gps, per seguire la traccia, un power bank per ricaricare il cellulare, un sacco piuma per dormire, omologato per temperature inferiori a -30°C ed approvato dall’organizzazione, e un materassino isolante. Ma non sapevo dove mettere i panini con il prosciutto… li ho infilati nella tasca della giacca, così non si sarebbero ghiacciati.

Sabato 17 febbraio. Alle 9 del mattino, siamo partiti tutti assieme, chi in bicicletta, chi a piedi, chi con gli sci, con una temperatura di -13 °C. Nevicava e il cielo aveva quel colore bianco-grigio che, a queste latitudini, non cambia mai, da quando viene la luce, a quando viene buio. Durante il briefing, il pomeriggio prima della partenza, Alex Casanovas, ideatore ed organizzatore della gara, aveva parlato senza mezzi termini che il percorso sarebbe stato difficile, considerate le abbondanti nevicate degli ultimi giorni.

I primi chilometri sul fiume ghiacciato sono stati relativamente veloci. Appena entrato nel bosco ho capito che la situazione diventava sempre più difficile. La neve era farinosa e la traccia della motoslitta non aveva nessuna consistenza. L’avantreno della bici, condizionato dal peso sul manubrio, era diventato ingestibile. Era facile cadere. Si cadeva,ci si rialzava,si spingeva…si bestemmiava…si cadeva, ci si rialzava, si spingeva. Questo è stato il ritmo del mio avanzare.
L’anno scorso su questo stesso percorso si pedalava alla grande e lungo la traccia nella foresta andavamo come fulmini. Nell’edizione 2017 ho terminato i 150K al secondo posto assoluto, con il tempo di 11 ore e 20 minuti. Quest’anno, in 5 ore, non avevo pedalato neanche 50 chilometri !!
Nel 2016 la situazione era stata identica; tanta neve sul tracciato, la temperatura sui – 15°C e una fatica immensa per spingere la bici per oltre 90 chilometri su 150 dell’intera gara.
Si è vero, la soddisfazione e l’emozione di arrivare al traguardo, pedalando o spingendo la bicicletta, sono grandi, grandissime. Nel 2016 sono arrivato quinto assoluto nella categoria fatbike, dopo 27 ore di pura fatica spingendo la bicicletta che pesava 23 chili, alzandola per poter avanzare dove spingere non bastava e cercando di farla galleggiare dove la neve lo permetteva. A detta di tutti, quella fu una edizione epica. Per tutti.

Ognuno interpreta la propria fatica come meglio crede. Forse non ci sono ragioni o spiegazioni che spieghino il desiderio di fare queste esperienze. Forse è una continua ricerca di qualche cosa che si deve “pagare” con il sudore. Al termine del tragitto sul lago Sinettajiarvii, una linea infinita, quasi retta, di 16 chilometri, mi sono stupito che nessun concorrente della 66K e della 150K ci avesse ancora raggiunto. Pensavo dove fossero Marco, Denis, Michele, a cosa potesse essere capitato dietro a me. Eravamo in tre partecipanti alla 300K in testa a tutti i bikers: Silvio, Swizner, un amico svedese ed io. Considerando quanto fossero pesanti le nostre biciclette e che non potevamo tenere subito ritmi alti, che nessuno ci avesse ancora raggiunti, mi era sembrato davvero strano. La risposta ai miei dubbi e al mio pensiero, sono stati i racconti dei partecipanti, alcuni giorni dopo la conclusione della gara. Marco Sega mi ha confermato di aver spinto la bici per circa 40% del percorso. Dietro a me e agli altri due bikers con cui pedalavo, si stava consumando un massacro fatto di un avanzamento a spinta lentissimo e faticoso. La neve mossa dai pneumatici dei primi concorrenti, era diventata impossibile da pedalare rendendo ancora più difficile l’avanzamento di quelli che seguivano.

La temperatura era scesa a -18°C. Per non sentire il sudore gelare sulla pelle e sui vestiti, non potevo fermarmi. Dovevo andare avanti e tenere il corpo caldo. Sempre. Il percorso alternava tratti di pista pedalabile a tratti di bosco dove non avevo alternative che spingere la bicicletta. Ho continuato ad andare avanti, con la speranza che la situazione migliorasse. Ma io non volevo spingere la bicicletta, avevo voglia di pedalare, di volare, di sentire il vento freddo pungermi il viso. Volevo sentire il rumore delle ruote sulla neve. Volevo vedere i chilometri aumentare sul gps, ma i desideri non sempre si avverano e così, assieme al mio compagno di avventura Silvio, abbiamo deciso di ritirarci.

In queste gare le incognite sono davvero molte, e tutte insieme: la quantità e il tipo di neve e la temperatura, sono le più importanti. Non ha importanza essere preparati, essersi allenati tutto l’anno per questo evento. Non ha importanza aver pedalato con il freddo svegliandoti la mattina presto, al buio, per adattare il corpo e la testa alla realtà del campo di gara, no,non importa. E’ sempre la natura che alla fine detta la sua ultima parola. E qui, la natura è così selvaggia che niente va sottovalutato. Anche se si hanno desideri bellissimi.
Tutti gli 8 partecipanti con la fatbike alla Rovaniemi 300k si sono arresi all’impedalabilità della traccia. Solo i due partecipanti a piedi con la pulka sono riusciti a realizzare il loro sogno.
Sarà per la prossima volta. Ne sono sicuro.

Testo e foto di Marco Vitti