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08/03/2012
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08/03/2012

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Sono un biker fortunato.  E sono anche un biker viziato.  Sono fortunato perché nei dintorni della mia città, Merano, ci sono centinaia di sentieri uno più bello dell’altro da poter percorrere in bicicletta, ma nello stesso tempo questa abbondanza mi vizia, nel senso che ho voglia di cambiare continuamente e di scoprire sempre sentieri nuovi. Nonostante in un anno io esca più di cento volte in bicicletta, assolutamente non mi piace percorrere lo stesso sentiero per più di una volta nel corso dello stesso anno, non ci riesco, e per questo qualche volta mi sembra di essere un’anima in pena. Ogni tanto penso allora ai miei “colleghi” stradisti che tutti i giorni, tutte le settimane e tutti i mesi dell’anno escono di casa, prendono la bici da corsa e per allenarsi fanno praticamente sempre la stessa strada, da Merano a Bolzano e ritorno, da Merano a Bolzano e ritorno e cosi via…Alternative ce ne sarebbero, perciò penso che se lo fanno vuol dire che gli piace, che non hanno bisogno di cercare altro per divertirsi….ogni tanto allora vorrei essere come loro, senza dovermi spremere per cercare nuovi itinerari, quando si pedala la strada è quella e basta. Io invece no, sono un biker viziato, un biker esploratore, con l’anima in pena, costretto a vagabondare per gli infiniti gironi danteschi alla ricerca del divertimento effimero, del sentiero perfetto, dell’itinerario sempre diverso. E questo vale per i giri nei dintorni di Merano, da fare in poche ore partendo direttamente in bici da casa e da ripetere non più di una volta all’anno. Ma siccome sono fortunato, vivo in una città dove, spostandomi in auto, in pochissimo tempo posso arrivare in tutti i posti più famosi e belli per andare in mountain bike, dalle Dolomiti  al lago di Garda, dalla Svizzera all’Austria, e qui percorrere gli itinerari più interessanti di ogni località. E in questo caso è ancora peggio, in quasi dieci anni che vado in mountain bike, non sono riuscito ancora a ripetere lo stesso giro. Ogni tanto mi piacerebbe rifare un sentiero particolarmente bello o rivedere un panorama entusiasmante, ma poi magari leggo un articolo di una rivista con un nuovo itinerario, oppure scopro su una cartina un sentiero che mi piacerebbe provare e la voglia di esplorare prende il sopravvento, devo partire, conoscere, scoprire, capire, sapere.
E nella mia agenda sono già segnati molti nuovi itinerari che vorrei fare. Percorsi che mi terranno impegnato per almeno i due prossimi anni. E so già che altri se ne aggiungeranno.
C’è però un sentiero che ho fatto molti anni fa che mi è rimasto particolarmente impresso. Si tratta del sentiero scavato nella roccia della val d’Uina, una profonda e selvaggia valle che collega la val Venosta in Alto Adige alla valle dell’Inn in Svizzera.
Naturalmente, viste le premesse a questa storia, non rifarò lo stesso giro dell’altra volta, ma cercherò di variarlo quasi completamente, ripercorrendo solo lo strepitoso sentiero nella roccia.
Mentre qualche anno fa ho risalito il passo di Costainas ritornando in Italia attraverso la Svizzera, questa volta ho cercato un itinerario circolare che ritorna in Italia prima attraverso la Svizzera e poi per l’Austria e il passo di Resia.
Studio allora un percorso che preveda il minimo possibile di strade asfaltate e aspetto il giorno giusto per poterlo realizzare.
Siamo in agosto, riesco a trovare una giornata libera, è il momento giusto per partire per il giro dei Tre confini e saziare ancora una volta la mia sete di esplorazione, oltre a compiere quell’azione che finora non ero ancora riuscito a fare, cioè ripetere un sentiero di quelli “famosi” per la seconda volta nella mia seppur breve storia di biker.
Come spesso mi accade, parto da Merano che è ancora notte e arrivo a San Valentino alla Muta, posto prescelto per la partenza, con le prime luci del giorno. Comincio a salire verso il rifugio Sesvenna e i primi raggi del sole illuminano i verdi prati della valle di Zerzer

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Riesco a pedalare fino a 2100 metri di quota, da qui bici in spalla e mi tocca camminare fino alla sella posta lassù in cima

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Subito dopo la sella comincia un bel sentiero in falsopiano, purtroppo in parte rovinato dalle mucche al pascolo, con splendida vista sulle alpi svizzere di confine

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Alla fine il sentiero cala rapidamente verso il rifugio Sesvenna

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Dal rifugio si arriva in breve al passo Slingia e subito dopo al confine, siamo adesso in Svizzera

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Pedalando verso la val d’Uina, comincio a pregustarmi lo spettacolo che entro breve apparirà.

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La valle si stringe

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Si stringe sempre di più

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Mi fermo un attimo. Nella valle ci sono solo io, è quello che volevo, per questo sono partito cosi presto. Fra poche ore qui sarà un continuo viavai di biker ed escursionisti in entrambi i sensi e lo spettacolo sarà completamente diverso. Bisognerà per forza scendere di sella. Ma è proprio quello che non voglio fare. Mi concentro al massimo perché un minimo sbaglio potrebbe essere fatale.   Parto

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Nel primo tratto una vecchia ringhiera mi rassicura un pochettino

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Ma poi la ringhiera finisce e sono solo vicino al baratro

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Mi fermo un attimo e ammiro lo splendido sentiero scavato nella roccia

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Continuo, il passamano d’acciaio da una parte e il quasi inesistente cordolo dall’altra non mi rassicurano per niente

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Arrivo adesso alla prima galleria, dentro è buio pesto, ma almeno la protezione è assicurata

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Mi fermo a guardare il tratto appena percorso

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Un’altra galleria, qui si passa difficilmente stando in sella  perché è parzialmente franata.

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Sono ormai alla fine del tratto scavato nella roccia e mi volto un ultima volta a guardare l’impressionante sentiero

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Adesso la valle si allarga ma il sentiero rimane divertente.

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Passo un rifugio e incrocio i primi biker stranieri che salgono verso il passo, poi la strada si allarga ed entro nel bosco.

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La discesa su forestale è molto lunga, ma alla fine arrivo nella valle dell’Inn. Seguo la bella ciclabile prima in discesa, poi con molti saliscendi, fino ad un caratteristico ponte in legno che attraverso. Qui ricomincio a salire lungo una forestale che conduce verso l’Austria. Passato il confine (invisibile), un bel sentiero in ripida discesa nel bosco mi porta fino a Nauders, l’ultimo paese austriaco prima del confine con l’Italia

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Da qui in breve tempo si potrebbe varcare il confine e tornare alla partenza, ma io ho in programma ancora un’ultima salita verso il Plamort o Piano dei Morti, con interessanti resti dell’ultima guerra. Prima di cominciare a salire mi riposo un attimo e mangio l’ultimo panino, visto che ho già fatto 1700 metri di dislivello e me ne toccano ancora 700. Riparto, salgo con calma sia perché non mi corre dietro nessuno, sia perché ormai  mezzogiorno è già passato e io sto pedalando da prima dell’alba. Finalmente arrivo in cima e con un tratto in falsopiano sono al confine.

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Plamort è un sito che ormai da qualche anno mi ero segnato di visitare in bici e finalmente adesso ci sono riuscito.

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Arrivo al famoso sbarramento anticarro (ma quale carro armato sarebbe potuto passare di qui a 2000 metri di quota poi?)

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Mi diverto a girare un po’ intorno ai tristi resti di cemento e metallo.

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Mi aspetta adesso una lunga e divertente discesa verso il lago di Resia

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Poi un sentiero in falsopiano costeggia dall’alto il lago e posso ammirare il famoso campanile sommerso con la costruzione della diga artificiale.

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Infine lungo la pista ciclabile sterrata sulle sponde del lago di  Resia faccio ritorno al sottostante lago di San Valentino e alla macchina.

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E’ stato un itinerario veramente molto soddisfacente, si passano tre confini nel giro di pochi km, si attraversa l’ incredibile val d’Uina e si visita il Plamort con i resti delle fortificazioni dell’ultima guerra. Il giro è piuttosto lungo e faticoso, 72 km e 2400 metri di dislivello, ma può essere eventualmente diviso in due giorni, pernottando in una delle tante caratteristiche pensioncine svizzere  in fondo alla val d’Uina.

L’itinerario: http://itinerari.mtb-forum.it/tours/view/6513

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