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Un giorno sull’Alta Via di Merano

Un giorno sull’Alta Via di Merano

31/07/2012
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31/07/2012

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Solito giro del sabato mattina con Robi e Mirko. Stiamo percorrendo un tratto dell’alta Via di Merano, un sentiero ad anello che misura più di 90 km e gira attorno al gruppo del Tessa, a nord di Merano. L’altezza varia dagli 850 metri in val Passiria, ai 2900 metri del passo Gelato in val di Fosse. Sembra che qualcuno l’abbia già percorso in un solo giorno, credo in una sfida fra due persone singole, uno in bici e uno di corsa, ma le notizie sono vaghe e quasi leggendarie. Anche perché il sentiero non è certo completamente ciclabile, anzi ci sono almeno 16 km e 1500 metri di dislivello in cui bisogna portare la bici in spalla o spingerla.
I l’ho già percorso in gran parte, ma sempre a tratti, e so che l’impresa sarebbe molto impegnativa, al limite del possibile perché molte parti, specie quelle sopra Merano, sono veramente stressanti da percorrere in bici. Un centinaio di metri si pedala, poi si spinge, poi si scende, poi si spinge su sassi e radici, poi si rimonta in bici, poi si smonta e cosi via. Insomma per fae anche solo un km dell’Alta Via di Merano, in certi punti ci si può mettere anche venti minuti contro i tre minuti di un normale sentiero scorrevole, senza contare la perdita di concentrazione e la maggiore fatica.
Battezziamo perciò l’impresa come praticamente impossibile e non ne parliamo più.
Passa però qualche giorno e quello che abbiamo detto mi torna in mente: 90 km di sentiero difficile in un giorno, giro impossibile, forse nessuno l’ha mai fatto… tutti pensieri che mi stuzzicano non poco! Tiro fuori allora le mie fide cartine topografiche e comincio a studiare: su e giù, su e giù, alla fine calcolo il dislivello totale, almeno 5000 metri!
Di per se il dato non mi spaventa più di tanto, 5000 metri di dislivello in un giorno per fortuna per me non sono un problema, almeno una volta all’anno li faccio sempre, come ad esempio nel giro del Similaun o nell giro della Vallarsa. Il problema vero è la ciclabilità, perché i giri sopraccitati sono abbastanza pedalabili, mentre in questo, come detto, i tratti non ciclabili sono veramente tanti. In più, negli altri giri si trattava di fare tre salite e tre discese, lunghe ma abbastanza costanti (o sette nel caso del doppio sella ronda off road), qui invece a parte la lunga salita al passo Ghiacciato, è tutto un su e giù che spezza non poco le gambe.
Ma ormai il tarlo si è insinuato nel mio pensiero e allora ho deciso: le montagne da spostare sono dentro di noi (R. Messner) e la mia sfida personale di quest’anno sarà completare l’Alta Via di Merano in un giorno!
Comincio a studiare i tempi necessari per il giro, conoscendo la mia andatura e quanto ci ho messo a percorrere alcuni tratti che ho già fatto. Risultato: fra piccole soste per mangiare e riposare e imprevisti almeno 18 ore. Dovrò allora partire col buio, alle 4 e tornare ancora col buio, non prima delle 22. E in mezzo pedalare, camminare, spingere la bici, portarla in spalla, sudare, fare qualche foto, cibarmi adeguatamente (almeno ogni ora), bere tanta acqua e quando finisce cercae dove rifornirsi. Il tutto sperando che non capitino guasti tecnici o fisici. Bene, tutto ciò mi piace non poco, adesso devo solo trovare la giornata giusta, al massimo in luglio in modo che ci siano tante ore di luce e che sia stabile, perché sul passo Ghiacciato a 2900 metri il tempo cambia facilmente e il freddo è sempre in agguato.
Oltre ai dati tecnici, bisogna ricordare che l’Alta via di Merano è una delle più belle attraversate dell’arco alpino e spazia fra paesaggi di alta montagna e quelli sub mediterranei del tratto esposto a sud. Camminando (o pedalando) quasi si fosse su una terrazza nella pura natura, esposta sulla conca meranese e sulla val Venosta, val Senales, val di Fosse, val Passiria, si possono ammirare le Dolomiti, il gruppo del Brenta, i massicci del Cevedale e dell’Ortles, le alpi dello Stubai e di Oetzi. Tutto il tracciato è perfettamente segnalato e in alcuni punti è meglio non soffrire di vertigini, però tutte le parti esposte sono dotate di rignhire, scalette o corde. Inoltre lungo la Via si incontrano numerosi alberghi, rifugi e punti di ristoro.
Arriva infine luglio, la voglia e la tensione per il giro continuano a salire, come anche i dubbi: riuscirò a completarlo in una giornata? La forma è buona, quest’anno sono riuscito a pedalare abbastanza, anche se come al solito mai giri particolarmente lunghi, più di 2000 metri di dislivello in un giorno non ne ho ancora fatti. Riuscirò a tenerne 5000? Sono fiducioso che come al solito mi aiuteranno la passione la forza di volontà.
Finalmente le previsioni danno due giorni stabili di alta pressione. Lascio passare il primo e il secondo sono pronto a partire. Preparo panini, banane e frutta secca in quantità sufficiente a mangiare qualcosa ogni ora in autonomia, carico la pila per la partenza e il ritorno col buio, riempio lo zaino che alla fine arriva a 5 kg, do una ultima controlla alla bici, la fida Strive da 15 kg e punto la sveglia alle 3.15.
Alle 3.13 mi sveglio, bene, vuole dire che la concentrazione per la giornata è già ad ottimo livello, spero sia un buon segno. Mi vesto, faccio colazione e alle 3.45 monto in auto per portarmi sopra il paese di Tirolo, a quota 800 metri, punto di partenza e di arrivo prescelto. Alle 4 in punto accendo la luce frontale e sono pronto a partire. La strada forestale sale subito ripida al 14%. Pedalo con calma, conosco e perfezione la strada e posso anche spegnere la luce. Salgo nel buio più completo, la luna è già tramontata e rimangono (solo!) milioni di stelle a guardarmi. In basso intravedo fra gli alberi le luci della città ancora addormentata.

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Pedalare nel buio della notte, in attesa dell’alba, è una delle cose che mi piace di più. Quando finisce la strada forestale, verso est le prime luci dell’aurora cominciano a rischiarare le cime più alte, e comincia l’Alta Via di Merano che sale subito ripida.

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Mi carico la bici in spalla e in breve arrivo su uno dei tratti più belli panoramici, ma anche più esposti e pericolosi, di tutto il giro. Ho calcolato di partire alle 4 e fare la prima ora con il buio proprio per arrivare qui con le prime luci del giorno, in modo da poter vedere bene il sentiero ed eliminare possibili rischi.
A questo punto permettetemi una piccola digressione: mi scappa un bisognino, quando mi sono svegliato era troppo presto, ma adesso dopo un’ora di movimento, è il momento giusto. Trovo uno slargo el sentiero, e questo bagno con vista su tutta la conca meranese all’alba è sicuramente il più bello mai visto nella mia vita, nettamente superiore a molti bagni “d’oro” di famosi alberghi.

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In un quarto d’ora passo il tratto esposto del sentiero (fra l’altro l’unico vietato alle bici di tutta l’Alta Via) e arrivo alla malga Leiter. Da qui so che mi aspetta circa un’ora con la bici in spalla e solo qualche tratto pedalato. L’ho già percorso, perciò mi metto il cuore in pace via a camminare. Arrivo al rifugio Al Valico, e qui comincia uno dei tratti più stressanti per un ciclo-alpinista, tutto un montare e smontare dalla bici su un sentiero costellato di grandi massi. Dietro ogni curva spero di scorgere la malga successiva, dove il sentiero comincia a scendere, invece niente, questa parte dell’Alta Via è veramente scoraggiante. Finalmente arrivo alla malga di Tablà, mi fermo qualche minuto per un panino e riparto sul sentiero adesso un po’ più scorrevole. In un continuo su è giù, passo i rifugi Nassereto, Giggelberg e Hochforch. Sono partito ormai da quattro ore e mezza, ma i km fatti stentano ad aumentare, del resto lo sapevo che questa parte sarebbe stata molto lenta e stancante. In più ho finito la mia scorta d’acqua, devo trovarne al più presto. Il tratto che comincia adesso è forse il più difficile in assoluto, prima una discesa ripida con tanti tornanti stretti e poi salita ripidissima con bici in spalla. La maggior parte dei tornanti si potrebbero passare con degli eleganti nose-press, ma bisognerebbe avere tempo di studiare le linee migliori e io di tempo oggi ne ho proprio poco. In più i tornanti sono esposti e non è proprio il caso di rischiare: oggi il mio fine è quello di fare tutta l’Alta Via di Merano, non certo quello di passare un tornante senza fermarmi, perciò metto il piede a terra e riparto dalla parte opposta in sicurezza. Arrivato in fondo alla stretta valle, mi attende una splendida cascata e ne approfitto per riempire la sacca idrica con acqua fresca. Adesso, con un bel chilo e mezzo in più sulle spalle ( ! ) posso ricominciare la salita. E che salita! Prima una lunga scala metallica quasi verticale, poi gradini in legno anche questi molto ripidi e poi in pietra. Con grande pazienza arrivo in cima e il sentiero ridiscende. Per fortuna adesso è ciclabile, prima tecnico e poi scorrevole.

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Con continui saliscendi, l’Alta Via mi porta fino al maso Lint, 1000 metri sopra all’imbocco della val Senales. Intanto sono le 10.30 e ho fatto solo una ventina di miseri km, ma sono lo stesso più rilassato perché è terminato il tratto che temevo di più, da qui in avanti so che il sentiero è molto più scorrevole. Mangio ancora qualcosa e mi avvio lungo l’Alta Via che domina la val Senales. Nonostante qualche tratto a spinta, avanzo piuttosto velocemente. Sono contento di avere cambiato versante e di continuare nel bosco, perché oggi la giornata è limpida e comincia a fare caldo. Arrivo alle 11.30 in val di Fosse, adesso devo risalire 250 metri di dislivello su asfalto prima di arrivare a Vorderkaser, dove le auto non possono più proseguire. Dopo più di 7 ore di fuoristrada penso che una mezz’ora su asfalto si possa superare agevolmente, invece la pendenza, il caldo e la stanchezza che comincia ad affiorare formano un mix micidiale e quando arrivo al parcheggio devo affondare la testa in una fontana, riposarmi e mangiare qualcosa prima di poter riprendere a pedalare. Sono a 1750 metri di altitudine e parto sulla forestale che, con duri strappi alternati a tratti più dolci, porta fino ai 2060 metri del maso Gelato. Questa salita l’ho già fatta due volte e me la ricordo piuttosto lunga, infatti arrivo all’ultimo ristoro prima del passo alle 13.30. Riempio la sacca idrica e mi riposo qualche minuto prima di iniziare la salita al punto più alto dell’Alta Via di Merano, i 2890 metri del passo Gelato. Si sale su una vecchia mulattiera militare, le pendenze sono perciò limitate e in condizioni normali si potrebbe pedalare una buona parte. In questo caso però le mie condizioni sono già precarie e decido di pedalare solo i tratti più facili, appena la pendenza aumenta o il fondo si fa sconnesso scendo dalla bici e spingo, non voglio fare sforzi inutili perché ho bisogno di risparmiare energie, visto che sono solo a metà delle mie fatiche.

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Il fatto di conoscere la salita mi aiuta molto, so che salendo con passo regolare al massimo entro le 16 sarò in cima. Guardo l’ora e faccio ancora una piccola sosta, mi sono imposto di mangiare qualcosa ogni ora anche senza averne voglia, solo cosi non ridchio una crisi di fame che non mi farebbe concludere la mia sfida personale. Alle 15.50 sono in cima.

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Il tempo è splendido, da qui in avanti la discesa è tanta, ma purtroppo anche la salita, visto che finora ho fatto 3500 metri di dislivello ma ne mancano ancora 1500. E quando si è stanchi potrebbero essere anche troppi. Per questo so che devo rimanere sempre concentrato sull’obiettivo finale. Psicologicamente però ho fatto un passo avanti, perché so che in qualsiasi caso di stanchezza o emergenza, da qui in avanti potrei sempre deviare sulla ciclabile di fondovalle che in continua discesa mi riporterebbe a casa. Scatto la foto di rito e mangio un altro piccolo panino. Sarà per l’altitudine, sarà per la stanchezza e la salivazione azzerata, comincio a fare difficoltà a mandare giù i bocconi e sento che anche lo stomaco ha qualche scompenso. Decido allora di ripartire subito e perdere quota in fretta, forse sotto i 2000 metri la situazione migliorerà. Mi godo allora la bella discesa, verso metà scopro che stanno sistemando il tratto più impegnativo, dove bisognava pr forza scendere a piedi. Adesso invece si può, sempre con una buona tecnica, stare sempre in sella.

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Arrivato alla malga in fondo alla mulattiera, riempio ancora la sacca idrica, ogni volta un chilo e mezzo e ogni volta la sete aumenta. Però qui in basso mi sembra di stare meglio e mangio della frutta secca. Continuo a scendere lungo l’Alta Via, ora sulla parte orografica sinistra della valle fino al paese di Plan. Scendo ancora, incrocio la strada seguendo sempre i cartelli, per fortuna il sentiero è sempre perfettamente segnalato. Inizio ora un tratto che non ho mai percorso, comincio ad essere piuttosto stanco e spero in un bel sentiero scorrevole, invece niente, si sale ancora, su sassi e radici, scendo, spingo, risalgo, non c’è un attimo di pace. Adesso una forestale in salita molto ripida, normalmente cercherei di salire pedalando, ma in questo caso non ci penso neanche lontanamente, scendo e spingo ancora. Finalmente discesa, ma ripida e scassata. Eccomi sopra a S. Leonardo in Passiria, la valle che riporta verso Merano e intanto sono già passate le 18. Mi rimangono ancora tre ore di luce, ma tanta strada e specialmente ancora più di mille metri di dislivello. Mi fermo ancora per mangiare, guardo la ciclabile in fondo alla valle e penso che da qui in un’ora sarei a casa. No, non posso, penso ad una frase famosa di Hermann Buhl “un impeto irresistibile mi dona la forza e mi impone di osare il sempre più in alto e il sempre più duro. Di mettere in luce l’estremo che c’è in me”.
Raccolgo le forze e continuo. Ora la strada è scorrevole e poi il sentiero comincia a scendere, scendere. Scende troppo, maledizione, e purtroppo qui entra in gioco la dura legge del ciclista: godi a scendere? Allora pensa che tutto quello che scendi poi dovrai risalire!
E infatti è cosi: arrivo a 850 metri e devo risalire fino a 1250 metri. 400 metri di dislivello durissimi, dopo 15 ore dalla partenza. Sono preso da un po’ di sconforto, ma tengo duro e arrivo in cima. Adesso percorro un bel sentiero scorrevole e mi avvicino più in fretta alla meta. O almeno cosi credo. Ecco una bella discesa e poi naturalmente la salita. E questa volta il sentiero sale ripido. Bici in spalla e con tanta pazienza mi incammino, giunto a questo punto non posso certo mollare. Venti minuti a spalla, poi ancora venti minuti di pedalata su asfalto in salita molto ripida e arrivano cosi le 20. In cima ancora una pausa, qualche albicocca secca e riparto. Discesa, salita, comincio a essere veramente stanco e a raschiare il fondo del barile. Procedo con una certa lentezza ma procedo. Comincia a calare il buio, con l’ultima luce della sera monto la lampada frontale. Sono passate le 21, e quando entro nel bosco è buio. Mentre attraverso l’ennesimo ruscello della giornata finisco l’acqua e non voglio rimanere a bocca asciutta per un’altra ora. Nell’oscurità punto la frontale su una cascatella e riempio per l’ennesima volta la sacca idrica. Sento delle gocce sulle braccia, saeà la cascata, penso, e invece no, sta cominciando a piovere!
Esco dal bosco, arrivo al paesino di Vernurio, ormai conosco perfettamente la zona e so che in tre quarti d’ora le mie fatiche saranno concluse. Mi rimane solo l’ultima salita da 15 minuti e poi solo discesa. Ormai ce l’ho fatta!
C’è solo un ultimo ostacolo: il temporale si sta scatenando, tuoni e fulmini a volontà, per fortuna la pioggia è ancora leggera e allora affronto gli ultimi 200 metri di dislivello come se fossero i primi della giornata. Mi dimentico la stanchezza, mi dimentico il male alle gambe e in un attimo, come se fossi inseguito da un branco di lupi famelici, sono in cima. Mi affaccio sulla conca di Merano e lo scenario è apocalittico: un fulmine ogni tre secondi illumina la città e tutta la valle a giorno, i tuoni rimbombano senza soluzione di continuità e il vento scuote violentemente le cime degli alberi. L’unica cosa che non è esagerata è la pioggia e allora decido di lanciare ancora una sfida alla natura avversa e mi getto nel bosco.

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L’ultima discesa, mi concentro perché il sentiero è impegnativo e umido, ma dentro di me sto già esultando: è fatta, è un anno che penso e pianifico questo giro non sapendo se sarei riuscito a portarlo a termine e invece sono qui a pochi minuti dalla meta. Ultimo tornante stretto nel bosco, non mi serve neanche la luce visto che i fulmini illuminano il sentiero a giorno, penso di tentare ancora un nose-press, invece scendo dalla bici, la giro e riparto dall’altra parte. Scoppio in una risata liberatoria, sono le 22, ormai sono arrivato e pure in perfetta tabella di marcia. Anche quest’anno la mia sfida è vinta.

Affrontare una impresa al limite, non significa spostare più in la i confini, non significa raggiungerne di nuovi. Significa innanzitutto scandagliare i nostri limiti e riconoscere che oltre esiste uno spettro di possibilità inaccessibili, che si sottraggono a noi. Siamo i conquistatori dell’inutile. Non è per nulla necessario salire l’Everest o attraversare il polo nord. Non è indispensabile, è solo possibile. In tutto ciò non vi è niente da scoprire o da conquistare, almeno in senso geografico. C’ è solo qualcosa da vivere. Possiamo riempirci gli occhi di immagini, le orecchie di silenzio. Possiamo patire la fame e sperimentare le paure i dubbi e le speranze che ci opprimono quando siamo la fuori (R. Messner)

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