Enduro, quo vadis?

24/01/2014
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24/01/2014

L’enduro è esploso. Sia a livello di bici che di manifestazioni sembra che ci sia una sorta di corsa all’oro.

È di ieri la notizia che Yeti, marchio storico che ha segnato le competizioni di DH come pochi altri, da quest’anno non avrà più un team da DH, perché si concentrerà solo sull’enduro. Due giorni fa si è saputo che è nato un nuovo circuito europeo di Enduro. Le gare regionali si moltiplicano, basta guardare il nostro calendario. Insomma, tutti puntano sull’enduro.

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Parlando di manifestazioni, se andiamo a vedere i numeri del circuito pioniere, cioè il Superenduro, forse c’è un po’ troppo ottimismo in giro. Tralasciando la zona storica dell’enduro, il Piemonte e la Liguria, nelle altre regioni si fa fatica ad avere più di 100 partecipanti ad evento. Non per niente il SE nel 2014 propone un calendario quasi prettamente nord-ovest, ben lontano da un circuito nazionale che in tanti si aspettavano. Per uno sponsor, o per una località che si vuole promuovere, la cosa diventa critica se le gare sono oltre 50 sul territorio nazionale, nel solo 2014, perché la visibilità è piuttosto ridotta. Sembra quasi che il fenomeno Granfondo stia attecchendo anche nel mondo dell’enduro: il calendario è così pieno che la partecipazione si frammenta, rendendo la maggior parte degli eventi dei flop a livello commerciale e di visibilità.

Fra i pro il livello è ormai stellare: scendono a velocità da DH, usando però bici e protezioni più leggere. Se la DH è la formula 1, l’enduro è il rally. Ma, come dice qualcuno, il rally è la formula 1 nei boschi, quindi il livello di sicurezza dei piloti è molto più basso rispetto a quello di una pista da DH. Al posto di avere una pista di 3 km che si sa a memoria, si hanno 5-6 prove speciali di decine di chilometri, da fare a tutta. Una vera sfida per uomo e materiale, probabilmente uno degli aspetti della mountain bike dove si vedranno più sviluppi dei prossimi anni, sia a livello di componentistica che di tecnica di guida. Ancora di più che nella DH, dove manca quasi completamente la fase pedalatoria.
Proprio per l’alzarsi del livello dei pro sarà necessario fare una separazione con i dilettanti, alle gare. I percorsi devono essere selettivi per chi corre per mestiere. Per chi lo fa per divertimento questi però possono diventare un pericolo, l’incidente a Sandrone alla EWS di Finale Ligure parla da sè.

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A livello di bici per i dilettanti o chi non fa gare, invece, sembra che l’escursione di 160mm (vedere il sondaggio per la nostra bici ideale) sia la madre di ogni gioia. Si potrebbero scrivere pagine e pagine sulla reale necessità di avere una bici da enduro per divertirsi, ma la credenza comune del “con questa bici faccio tutto” è anche il cavallo di battaglia delle aziende, che ora puntano molto su questa categoria di mountain bike.
In tanti criticano il “marketing”, una sorta di eminenza grigia che guida il mondo a sua insaputa, però sono i primi a non provare qualcosa di diverso da quella che è la moda del momento. E allora la bici da enduro deve trovare un posto in garage, anche se in tanti casi è sovradimensionata per i sentieri che si percorrono e/o per le proprie capacità.

Dove sta andando l’enduro allora? È sicuramente la moda del momento, la parola magica che fa vendere le bici e i pettorali di partenza, almeno sulla carta.  In realtà alle gare enduro si vedono tanti amatori a cui parte l’embolo al cancelletto di partenza e che per arrivare n-esimi rischiano la salute. La stessa storia delle Granfondo, dove si sgomita per un posto insignificante in classifica. I tanti vituperati crosscountristi non sono altro che degli enduristi in licra.

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Se le 50 località delle gare enduro investissero i loro soldi in manutenzione e creazione dei sentieri, prima che in gare enduro, probabilmente farebbero un favore più grande  a se stesse e ai biker. Vi immaginate una paesino delle Prealpi o degli Appennini con 4-5 sentieri tirati a lucido, con cartelli, tracce gps e qualche agriturismo o B&B attrezzato per i biker? Ce ne sono alcune che hanno visto lontano e l’hanno già fatto, sull’onda del Superenduro quando questo era l’unico circuito disponibile. Ora arrivano i “folllower”, cioè chi crede di poter fare la stessa cosa proponendo una gara in un circuito regionale. Come detto sopra, le probabilità di successo sono esigue, così come la visiblità.

Di sicuro il popolo dei giri domenicali saprebbe apprezzare dei begli itinerari curati ed un infrastruttura degna del nome, ma sembra che ci sia dimenticati della stragrande maggioranza di chi pratica mountainbike, gli escursionisti, cioè chi si vuole rilassare dopo una settimana di lavoro girando nella natura con gli amici.

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