Islanda: tra fantasmi e natura [parte 1]

Islanda: tra fantasmi e natura [parte 1]

12/02/2012
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12/02/2012

Verso maggio come ogni anno interrogo i miei compagni di avventure sul da farsi per le ferie estive. Quest’anno vorrei fare un giro cicloturistico al posto della traversata dei monti. Le risposte non erano proprio convinte però inizio a guardare un po’ di possibili itinerari e leggi di qua, leggi di là sono incappato in un resoconto di un viaggio in Islanda. Lo leggo, guardo le foto e alla fine penso: “che posti meravigliosi, un giorno mi piacerebbe andarci”. Dopo qualche istante però un altro pensiero mi assale: ma cosa devo aspettare per andarci, basta farlo. E così qualche giorno dopo prenoto il biglietto. Sono al punto di non ritorno, adesso mi tocca organizzare tutto, compresa la bici che mi deve ancora arrivare.

Inizia il viaggio.

É arrivato il giorno della partenza, dopo mesi passati a preparare l’attrezzatura, assemblare la bici e organizzare il percorso da seguire oggi finalmente si parte. Finisco di impacchettare la bici, con tutte le cautele necessarie, e il resto dell’attrezzatura. Ho l’aereo alle 16.50, da casa mia ci vuole circa un ora e mezza, se tutto va bene. Si, se tutto va bene. Mi accompagnano i miei genitori, partiamo a mezzogiorno e appena entrati in autostrada un cartello luminoso segnala un’incidente e diversi km di coda. Per fortuna che siamo partiti con un po’ di anticipo. L’incidente in autostrada ci fa fare un’ora e mezza di coda circa ma alla fine arriviamo all’aeroporto di Linate in un orario ancora accettabile. Saluto i miei genitori, un po’ preoccupati per la mia sorte in quella terra lontana, tutto solo, e mi avvio al check-in per imbarcare i bagagli.
Sono seduto in aereo e aspetto la partenza, fa molto caldo e io non sono vestito proprio leggero, per essere pronto per la temperatura all’arrivo. Il viaggio prevede uno scalo a Londra, dove ne approfitto per cenare, tavolino con vista (sulla pista di atterraggio).
Dopo un’altro paio d’ore sono finalmente a Keflavik. Recupero il mio bagaglio e aspetto davanti alla porticina dei bagagli speciali la bici, che dopo un paio di minuti mi viene consegnata.
Sono finalmente in Islanda, in una terra lontana, da solo. É la prima volta che affronto un tale viaggio, non so bene come muovermi, devo andare in campeggio, devo chiamarli, ma da dove. Chiedo allo sportello per informazioni turistiche dove il ragazzo, gentilissimo, chiama il campeggio e in pochi minuti mi vengono a prendere.
È quasi mezzanotte, monto la tenda e mi infilo nel sacco a pelo, e mi addormento quasi subito.
La mia prima mattina Islandese la passo nel campeggio a preparare l’attrezzatura ma sopratutto devo prepararmi io psicologicamente, mi aspettano momenti difficili, momenti di disorientamento e tutte queste cose devo affrontarle da solo. Prima di partire dò un’occhiata alla cartina (cartina non proprio indicata a viaggiare, ma ci sono segnati i posti turistici e le curiosità del posto), guardo il percorso che mi ero prefissato a casa e noto che in molti posti dove passo c’è disegnato un fantasmino: area infestata.
Verso mezzogiorno timidamente mi metto in strada, un po’ come un bambino al suo primo giorno di elementari, dopo la sicurezza che ti da l’asilo ti trovi ad affrontare un nuovo ambiente, nuovi compagni. Prima di mettermi seriamente in strada devo fare la spesa per i prossimi giorni e qui la prima sorpresa amara, il supermercato è chiuso e piove. Dopo qualche istante di riflessione trovo la soluzione, ritorno all’aeroporto e faccio la spesa lì.
Adesso posso cominciare a fare sul serio. Volevo andare a visitare subito Reykjavik ma la superstrada a quattro corsie mi ha fatto cambiare idea e mi dirigo verso sud.
Nei primi chilometri mi sembra tutto così strano, così bello, e ben presto mi rendo conto delle grandi distanze che ci sono da un abitato all’altro. Le macchine sono pochissime e posso concedermi il lusso di pedalare in mezzo alla strada. Oltre alla vastità del territorio mi accorgo ben presto anche della quantità di cose da vedere, veri e propri spettacoli della natura che sono visibili in pochissimi posti al mondo.

[I]Il ponte che collega due continenti. Io sono sulla crosta americana e la mia bici su quella europea.[/I]
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[I]
Campi fumanti. Dietro si vede anche la nuova centrale geotermica. Questa centrale ha 13 pozzi dai quali prelevano l’acqua ricca di minerali a 340 gradi, per rafreddare i macchinari invece prelevano l’acqua direttamente dall’ Atlantico. Bell’esempio di come sfruttare le risorse che la natura ci ofre.[/I]
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Poco più in la c’è uno splendido promontorio con il faro.

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La giornata è bella e col vento alle spalle i chilometri passano senza sentirli.

[I] Piccola sosta per il pranzo.[/I]
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A metà pomeriggio il primo boccone amaro, anche se non troppo: la strada principale di collegamento fra due paesi diventa sterrata. Questa mi mancava, sterrata si ma col limite di velocità di 70km/h, velocità alla quale i veicoli rovinano parecchio il fondo stradale.

[I]Strada 427[/I]
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Verso sera devo cominciare a cercare un posto per piantare la tenda, cosa non proprio semplice dato che tutto il terreno intorno alla strada è di proprietà e sopratutto non c’è niente di niente.

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Quasi al tramonto passo un bivio dove su un cartello è segnalato un campeggio libero.
Monto la tenda nel campeggio, trattasi di un prato con dei tavoli da picnic qua e là e una casetta con i bagni, nulla a che vedere con i campeggi che sono abituato a vedere. Oltre a me c’è una coppia in tenda e un’altra con un fuoristrada attrezzato da camper.
Il primo giorno di scuola è finito…

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Stamattina mi risveglio sotto una pioggia fine, pioggia che mi ha accompagnato per il tempo di preparare i bagagli, piegare la tenda, dopodiché ha iniziato a soffiare anche il vento, naturalmente contrario alla mia direzione di marcia.

[I]Lunghi rettilinei dove non si vede la fine. Sembra di pedalare verso l’infinito. Dovro abituarmici.[/I]
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A mezzogiorno sta ancora piovendo e io sto lasciando la costa dirigendomi verso l’interno, verso i geyser. L’ideale sarebbe raggiungerli entro sera ma mi separano troppi chilometri da fare con queste condizioni climatiche. Dopo un primo momento di pace e di studio reciproco il mio compagno di giochi ha deciso di darmi battaglia, ma non sa che io sono testardo, spero più testardo di lui altrimenti per me é la fine.
È già ora di trovare un posto per la notte e mancano ancora una quindicina di chilometri ai geyser. Ha smesso di piovere, mi fermo in un agglomerato di case, dove c’è il solito campeggio, un prato con qualche tavolino e questa volta nella casetta coi bagni c’è il riscaldamento e l’acqua calda, ovviamente proveniente da una sorgente termale. Cosa che assolutamente non disdegno dopo 8 ore sotto la pioggia, mi sento umido ovunque.
Anche oggi la lezione è finita, vediamo cosa mi aspetta l’indomani…

[I]Cavallo curioso[/I]
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Da lontano vedo lo sbuffo di vapore del geyser quando esplode e spara l’acqua verso il cielo. Sono emozionato, lo ammiravo sempre nel libro che mi hanno regalato da piccolo [I]Le meraviglie del mondo[/I]. Arrivato sul posto vedo tanti turisti con qualsiasi mezzo e parecchie strutture ricettive. Una veloce passeggiata in questo campo di geyser e poi tutti con l’obiettivo puntato e il dito sul grilletto pronti a scattare. Esce regolarmente acqua fumante, poi ad un tratto si gonfia, risucchia l’acqua e poi di nuovo si rigonfia, ecco ci siamo tutti pronti e BOOM…

[I]Questo è lo Strokkur, erutta ogni paio di minuti.[/I]
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[I]Questo è il geyser famoso che compare su tutte le cartoline che eruttava fino a 80m. Purtroppo grazie ai turisti che ci buttavano dentro le pietre per farlo smuovere erutta due o tre volte al giorno.[/I]
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Finito col geyser, altra cosa che voglio vedere prima di dirigermi verso l’interno sono le cascate Gulfoss, le più famose d’Islanda. Ci metto più di un’ora contro vento per raggiungerle, molto spettacolari con il loro doppio salto nel vuoto.

[I]Bellissima cascata a doppio salto. Mentre fa il secondo salto solleva un muro verticale di spruzzi.[/I]
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Da qui parte la pista interna dello Kjolur, la mia intenzione è invece di fare lo Spresigadur quindi ritorno sui miei passi e in 10 minuti col vento a favore rifaccio la strada verso i geyser e prendo un’altra strada sterrata. Queste strade hanno un fondo molto irregolare e in quel momento mi vengono in mente le parole di un mio compagno di uscite, il Lonfo: [I]Io viaggiavo con una bici da corsa bella leggera, 8 kg…[/I] Per fortuna che la mia pesa più del doppio e ha le ruote molto robuste.

[I]In lontananza il monte Hekla. È il più famoso e attivo vulcano Islandese, erutta ogni 10 anni circa. Gli antichi credevano che qui ci fossero le porte dell’inferno.[/I]
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Anche questa giornata passa velocemente e non avendo una tabella di marcia verso sera arrivo nell’ultimo paesino prima del deserto. Solito campeggio deserto, qualcosa mi fa pensare che alla fine di agosto è già tardi per fare le ferie in Islanda.

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[I]Tramonto dal campeggio[/I]
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E finito il periodo di adattamento alla nuova scuola, da domani si comincia a fare sul serio… (continua qui)