L’avventura arriva impacchettata in bandiere di preghiera

L’avventura arriva impacchettata in bandiere di preghiera

Dan Milner, 27/02/2020
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Dan Milner, 27/02/2020

 

“La reputo un’esperienza vicino alla morte”, dice Douglas, fermandosi con una derapata in una nuvola di polvere. “Si stava muovendo nei cespugli vicino a me”, afferma con voce tremante. Guardiamo il nostro videografo dall’alto in basso e ridiamo: non lo abbiamo mai visto andare così veloce in bici. Poi cominciamo a discutere degli animali selvatici del Butan. Il rumore probabilmente era causato da un cinghiale, ma avrebbe anche potuto trattarsi di un muntjak, di un orso bruno o di un leopardo. O persino di una tigre, dopotutto il Butan è famoso per i suoi sforzi nella protezione della tigre. E non c’è da sorprendersi.

Fino al 1974 i confini del Butan erano chiusi ai turisti stranieri e a tutt’oggi questo piccolo Paese himalayano conserva un’aurea mistica che lo tiene lontano dal turismo di massa. Provate a dire che volete andarci e la risposta tipica sarà un “Ma si può andare li?”. Il che ci porta la motivo per cui ci troviamo qui. Io, Euan Wilson e Sam Seward – rispettivamente un fotografo, un tour operator specializzato in MTB e un rider sponsorizzato da Yeti. Io documento il viaggio, Sam fa da modello e Euan prepara un itinerario da offrire alla sua clientela. Ci unisce la voglia di avventura e di nuove esperienze in territori poco conosciuti. Il nostro obiettivo sono la miriade di antichi sentieri del Butan, costruiti fra valli e montagne, molto dei quali non sono mai stati percorsi in mountain bike.

Ironia della sorte: il terrificante incontro di Douglas è avvenuto su uno dei trail più facili che percorriamo durante i nostri 12 giorni in Butan, a novembre 2019. Un magnifico sentiero in costa chiamato “Il regno del flow”. Inizia fra delle felci giganti per poi inoltrarsi pigramente in una pineta perfettamente spaziata e arrivare sul fondo di una valle scavata dai ghiacciai, 1200 metri più in basso. 10 chilometri di singletrack incredibile. Per raggiungere il punto di partenza usiamo un 4×4, seguito da un portage denominato “lo shuttle butanese” dalla nostra guida locale Pelden Dorji, dotata di una vena poetica inconfondibile.

Pelden è anche il motore del nostro viaggio, visto che è andato personalmente in Scozia a trovare Euan per convincerlo a visitare il Butan. Scopriremo che la sua vena poetica ha un fascino innegabile. Quel pomeriggio descive il nostro prossimo trail come “il più delizioso”. È una scelta di parole curiosa ma, come vedremo, il Butan ha dei trail molto saporiti.

Trascorriamo i primi giorni girando sui sentieri delle colline intorno a Thimpu, la capitale del Paese, e alle città di Paro e Punakha. Pedaliamo dei traversi ondulati sotto lo sguardo di enormi statue di Budda, annaspiamo su ripide salite e passiamo sotto bandierine di preghiera coloratissime. E scendiamo, un sacco. Le curve cieche dei sentieri e i canaloni impegnativi impegnano tutti i nostri riflessi. Pelden non fa una piega e si lancia ad una velocità che non rispecchia i suoi soli tre anni di riding, così come la sua eccitazione infantilesca per il condividere i suoi sentieri con degli sconosciuti non dà merito ai suoi 38 anni di età.

È proprio questo entusiasmo contagioso che lo ha spinto a credere nel potenziale del turismo MTB in Butan, e a ragione. I sentieri naturali di questo Paese sono probabilmente i migliori che io abbia mai percorso durante i miei trent’anni di giri in bici. Finiamo la giornata scendendo a tutta su un trail diverso dagli altri, perché ha paraboliche in sequenza, costruite a mano di modo che siano ritmiche, da una all’altra. Finirebbe nei top 5 di Finale Ligure. Arriviamo in fondo come in trance. “Circa 15 locals lo mantengono”, dice Pelden, guardando le nostre espressioni estasiate. “C’è chi pensa che le curve siano troppo vicine”, continua, mentre i suoi occhi cercano segni della nostra opinione. “Non cambierei niente”, spara Euan, “assolutamente niente!”.

Alla luce del tramonto pedaliamo nella periferia di Thimpu, fra edifici uniformi e scolari in divise uniformi anche loro. Ci salutano ridendo e dicono “kuzu”, o hello, mentre transitiamo durante l’ora di punta di uscita dal lavoro, puntando al bar dell’albergo.

Una birra di riso dopo l’altra, veniamo a sapere di più della scena locale MTB. “Al principe piace andare in MTB, per questo motivo ogni tanto ordina ai militari di aiutare nella costruzione di un trail”, ci spiega Pelden. Forse l’unico uso reale dell’esercito di un piccolo Paese che si trova fra le superpotenze Cina e India, penso tra me e me. Guardando alle montagne che si vedono in lontananza, penso a tutti i trail che ci devono essere. Pelden ammette che ha solo cominciato a scavare sotto la superficie.

Pensavamo di trovare la copia del Nepal, qui in Buthan, ma questo Paese ha una sua identità ben precisa, come anche si capisce da quello che ci dice Pelden. “Non abbiamo teahouses”, mi dice, correggendo la mia supposizione che avremmo trovato il dhal-bat tipico delle teahouse nepalesi. “Ma abbiamo alberghi”. Ora che il turismo sta crescendo, le ambizioni sono chiare. Butan punta su turismo a basso impatto ma ad alto valore, piuttosto che ai backpacker che affollano il Nepal. E lo fa chiedendo ai turisti di spendere 250$ al giorno.

Se da un lato questa sorta di tassa copre tutto quello di cui abbiamo bisogno, pernottamenti, cibo, guide e due jeep con autisti, non è un importo di poco conto, e va un po’ contro la mia mentalità di backpacker che mi ha permesso di vedere gran parte del mondo spendendo poco. Il ragionamento del Butan ha però un suo perché che diventa chiaro mentre guidiamo verso l’inizio della discesa del Madman trail il giorno successivo.

In un parcheggio pieno zeppo di auto sul passo Dochula a 3100 metri tiriamo giù le bici dalla Toyota 4×4 di Pelden, vicino a turisti indiani tutti intenti a scattarsi dei selfies. Pedaliamo via dal caos dei turisti e ci addentriamo nella densa giungla della zona. I 15 chilometri di discesa sono accompagnati solo dai cinguettii degli uccelli e dal suono delle nostre gomme sul suolo morbido.

La lista dei posti da visitate è molto corta, in Butan, e si limita a monasteri, templi, fortini. Non ci si deve allontanare molto per trovare quiete e pace. Il Madman trail è un esempio: parte da un’attrazione turistica per poi essere completamente deserto. Oppure a metà del giro della “Valle nascosta” finiamo in una festa di paese, dove 300 monaci buddisti in tuniche rosse si sono riuniti per festeggiare l’inaugurazione di una nuova statua. Ci danno del chai e un’immagine di un’altro mondo, o vite diverse dalle nostre. Poi però, quando Euan dà la sua bici ad un monaco e gli spiega come funziona il reggisella telescopico, scopriamo che conosce bene il funzionamento e che sa andare in MTB alla grande. Evidentemente il Butan non è tagliato fuori dal mondo come crediamo.

Nella seconda metà del nostro viaggio cerchiamo solitudine andando su montagne più alte ed impegnative, esplorando per tre giorni il Chelela trail, sconosciuto sia a Pelden che ai suoi amici, malgrado disti solo 35 km da Paro. È una scommessa, un sentiero che nessuno ha mai fatto in bici.

Incontriamo il nostro team di supporto, dotato di cavalli per il trasporto, al passo Chelela, 3.988m, e ci troviamo in breve tempo a spingere le bici su una cresta ripida e ondulata. Passiamo bandiere di preghiera bianche, piantate in gruppi di 108 per ricordare delle persone morte. Formano delle silhoutte indimenticabili contro i picchi dell’Himalaya, come il Jomolhari, alto 7.326 metri, una delle 23 cime oltre i 7.000 presenti in Buhtan.

Il sentiero è impegnativo, poco frequentato e scarsamente segnalato. Per fare 10 km ci impieghiamo 6 ore, e Pelden, sentendosi responsabile, sembra quasi imbarazzato. “Non è un’avventura finché qualcosa non va storto”, tenta di consolarlo Sam.

Quando arriviamo al nostro secondo campo la squadra di supporto a cavallo è già arrivata e ha montato le tende, con del té caldo già pronto. Al posto dei cani che abbaiano, sottofondo delle notti in città, qui si sentono gli yak grugnire.

Una volta che torniamo a Paro finiamo il nostro viaggio andando nel posto più famoso di tutto il Butan: Paro Takstang, o il monastero “il covo della tigre”. Evitiamo la maggior parte del caos turistico salendo dalla parte posteriore della montagna per poi scendere al famoso monastero abbarbicato sulle rocce. La salita alla cima a piedi richiede 3 ore.

Proprio sulla cima c’è un piccolo monastero, curato da un guardiano che ci vive tutto l’anno, inverno compreso. Le finestre sono coperte da teli in plastica, mentre fuori ci sono le nostre bici da migliaia di dollari che ci aspettano per la discesa al monastero principale, che pullula di turisti.

Ci offre del chai e ci fermiamo a chiacchierare con lui.

Cerco di inquadrare il Butan e penso a come misuri il proprio successo con l’indice di felicità nazionale, piuttosto che con il PIL, o che le prime elezioni si siano tenute nel 2008. Una nazione che ha ancora tigri e leopardi delle nevi. Vicino a me Pelden sorseggia il suo chai e chiacchiera con il guardiano della vita, dei turisti, del Buddismo e della meditazione. Noto i suoi polsi: su uno a una serie infinita di braccialetti in pieno stile boheme, dall’altro un altimetro Suunto. Un bel riassunto di come sia il Butan, in fondo.

Se volete ripercorrere il nostro viaggio, H+I Adventures lo proporrà a breve nel suo programma. Dettagli su www.mountainbikeworldide.com.

 

Commenti

  1. Belissimo reportage.

    Non mi piace il titolo dell'articolo perchè l'arrivo di qualcosa impacchettato nelle bandiere non lo associo a immagini positive, ma sarà una associazione solo mia.