Nepal in MTB in autosufficienza, parte 1: ce la faremo?

Nepal in MTB in autosufficienza, parte 1: ce la faremo?

25/01/2019
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25/01/2019

Un’amicizia che nasce 10 anni fa dal nostro primo incontro sullo Zugna, per puro caso, in una giornata autunnale: un giro dei tanti, una delle solite domeniche per monti. Michele con la Nomad verde e rossa, bellissima, cigolante e distrutta. Io con la Mde Bolder con Roco a molla, 17 chili di fazzoletti di rinforzo, cigolante e distrutta. Lo stesso stile, un po’ ignorante, giù dal sentiero, facendo a gara a chi riusciva a stare dentro le curve sul fondo viscido. Bellissima giornata, la ricordo come fosse ieri: da allora non manchiamo di uscire insieme. Abitudini, gusti, orari differenti nella vita di tutti i giorni, nonchè 100km di distanza tra Brescia e Vicenza, ma una volta in sella siamo una bella coppia. Negli anni ci siamo fatti tutta una serie di avventure, da viaggi nelle Alpi, in Svizzera, cime dolomitiche una dietro l’altra, spesso con condizioni non proprio ottimali. Non direi proprio che ce le andiamo a cercare: credo sia una voglia di avventura continua, di ricerca del nuovo sentiero non ancora percorso o della vallata incontaminata. Magari dormendo in tenda per salire all’alba su una cima. Questi siamo noi, Dario e Michele alias @desedet_dario & @Spa


Forte della sua esperienza in Nepal nel 2015, Michele mi parla di una regione remota, al confine col Tibet. un altopiano oltre l’Annapurna e il Dhaulagiri: il Dolpo. Fu aperto ai turisti solo dagli anni ’90 ed è abitato da popolazioni tibetane, in piccoli villaggi di pochissimi abitanti, collegati tra loro da giorni di cammino con passi oltre 5000 metri. Questa è la zona che vorremmo visitare, un luogo dove la nostra voglia di avventura sarebbe forse saziata. Ovviamente in quei luoghi nessuno ha mai pensato di passare in bici, vuoi per la difficoltà di accesso, vuoi per i percorsi impervi e senza punti di appoggio. Come sui monti dietro casa, partiamo da una cartina aperta sul tavolo del bar di Michele e da uno scambio di messaggi o di foto per definire la traccia da percorrere.

Una volta focalizzate le valli, i principali punti di passaggio e i passi, non è neanche troppo difficile tracciare un percorso. Uno è il sentiero, spesso dannatamente ripido e troppo in alto: “qui si sfiorano i 6000 metri vecchio” “Già, che roba!”
Tracciamo due percorsi, uno più lungo e ampio, l’altro più corto e – sembra – più tecnico e selvaggio. Chiunque interpelliamo per chiedere informazioni ci invita a lasciar perdere, le bici li non ci vanno. Amici e contatti italiani e nepalesi credono sia un azzardo, considerato anche il poco tempo a disposizione che abbiamo, meno di 20 giorni utili. Per fortuna siamo testardi e decidiamo di proseguire con la nostra idea. Con non poco stress riusciamo a definire tutto l’ultima settimana prima di partire. Non dimenticherò mai la gomma latticizzata 3 ore prima della partenza del volo: sudavo ed ero concentratissimo per preparare le ultime cose. Sicuramente l’organizzazione e la pianificazione non sono il nostro forte, ma cosa può andare male? Abbiamo fisici più o meno allenati, testa abituata alle situazioni più scomode, voglia di fare e attrezzatura di buon livello. Non manca nulla secondo me.
Andremo a settembre, in pieno periodo monsonico. Per fortuna il Dolpo rimane abbastanza protetto dall’Himalaya e quindi è spesso asciutto anche in settembre, ma il tarlo del maltempo ci accompagnerà per tutto il periodo di preparazione.

Approccio

L’avvicinamento alla partenza non è stato lungo. In 36 ore eravamo a Juphal e il quarto volo aereo della mia vita mi dà le stesse emozioni del Blue Tornado di Gardaland. Traballante e cigolante, con vuoti d’aria a ripetizione. Ma torno un attimo indietro, perchè anche il trasferimento è stato ricco di emozioni. Iniziamo da uno scatolone fuori peso di un paio di chili, che ho appoggiato con proverbiale scaltrezza italica sulla bilancia, con lo spigolo fuori: niente sovrapprezzo! Già perchè in tutto questo c’è un budget tirato all’osso. Anche su questo io e Michele andiamo sempre d’accordo!

L’arrivo a Kathmandu è abbastanza caotico, ma credevo peggio. Siamo in orario ma lo stress si accumula rapidamente visto che in 1h30 abbiamo un volo interno. Le bici transitano sane e salve sembra, nei loro scatoloni. In pochi minuti ci ritroviamo immersi in un caldo umido e fastidioso, circondati da ragazzini nepalesi che in cambio di qualche Rupia vogliono portarci gli scatoloni. Via tutti! Le bici sono solo nostre! Un nostro contatto nepalese ci accompagna alla partenza del secondo volo, in un aeroporto secondario. I nostri scatoloni sono troppo grandi, vanno aperti. Una decina di persone ci circondano e danno consigli sul da farsi, mentre apriamo in tutta fretta le nostre bici, con le magliette appiccicate e grondanti di sudore. Preghiamo che i nostri gioiellini in carbonio vengano trattati bene. Per un attimo sono contento che non sia arrivato in tempo il nuovo telaio, mentre vedo Michele che cerca di parlare agli addetti al carico, pregando di trattare con cura la sua nuova bici.

Un volo di mezzora ci porta a Nepalganj che è sera. Trascorreremo qui la notte. Il caldo di Kathmandu all’improvviso mi sembra niente in confronto al clima umido e pressante di questa cittadina al confine con l’India. Nuvoloso, scrosci di pioggia fortissimi, zanzare e mosche: e temperature che non posso quantificare ma sicuramente molto più alte di qualsiasi estate padana. È questo il monsone? Portatemi in montagna!

Credo di saper adattarmi alla maggiorparte delle situazioni, ma quella sera desideravo soltanto l’aria condizionata (intermittente visti i black-out continui) della nostra camera d’albergo. Nepalganj è una cittadina veramente triste: c’è miseria ad ogni angolo, animali per strada, povertà e accattonaggio ovunque. Manca anche quel chaos che avevo percepito a Kathmandu. Rimango un attimo sbigottito, ma la nostra permanenza qui è fin troppo rapida: alle 6:00 del mattino abbiamo l’ultimo volo, questa volta diretto alle grandi montagne. Indossiamo i vestiti da bici, che ci rimarranno addosso per almeno due settimane, e regaliamo i vestiti civili con cui siamo arrivati qui.

Ci sono molteplici compagnie aeree, tutte con trabiccoli degli anni 60, e se in un aereoporto nepalese cambiano postazione del “check-in”, l’ignaro e solitario turista italiano non può accorgersene. L’ora di partenza si avvicina in mezzo a chaos e sudore: bici smontata tenuta nella mano sinistra, ruote tenute nella mano destra, casco in testa. Questo è l’outfit con cui chiediamo al primo che passa, poi al secondo che passa e via così. Finchè si capisce dove dobbiamo andare, ovviamente in ritardo. I motori sono già accesi e ci fanno correre. che ansia!

Non facciamo in tempo a sederci che l’aereo è già in pista, mentre la hostess, una ragazza veramente carina e gentile, china e ricurva su questo aereo da una decina di posti, ci porge del cotone da mettere nelle orecchie. Vedo il pilota, con i Rayban e le gambe accavallate, sembra sicuro di sé. In un attimo siamo oltre le nuvole e si vedono le montagne: sono un po’ ansioso per l’avventura che stiamo iniziando tutta di botto. Mi sento sbalzato qui senza neanche aver avuto il tempo di ragionarci, o almeno questa è la sensazione di stamattina.

Il volo è molto breve, e il nostro aereo vola tra montagna altissime, cascate e valli selvagge senza alcuna traccia umana. Vuoti d’aria e picchiate vertiginose, vento forte e cigolii: mica passeggiate questi voli interni. Servono nervi saldi. Gli intercalare veneti di Michele non so perchè ma mi rassicurano. L’atterraggio è di rimbalzo, su una pista a 3000 metri, cortissima e in salita. Tempo di fare una manovra, scaricare noi e le bici (ammassate in terra) e l’aereo riparte. Volano solo alla mattina presto questi aerei, dopo le 9 si fermano per le correnti troppo forti.

Nella regione dell Upper Dolpo, che raggiungeremo tra una settimana, oltre a tasse esorbitanti per entrare, è obbligatorio avere una guida accompagnatrice. Questa è stata una delle maggiori fonti di stress e dubbi dato che nessuno voleva accompagnarci in mountain bike in queste zone. La cosa ci infastidiva parecchio tanto che eravamo convinti di partire ugualmente senza guida. Pochi giorni prima della partenza però Kedar, il nostro contatto a Kathmandu, mi aveva riferito di aver trovato un ragazzo a Juphal che ci avrebbe accompagnato a piedi. Difficile da immaginare l’accoppiata trekker + biker, ma in realtà semplice da attuare in un percorso così impegnativo. Una copertura per le noiose burocrazie nepalesi, dato che la traccia da seguire era intuitiva e perfettamente disegnata nella nostra mente, in ogni sua variante e alternativa.

Siamo un po’ spaesati, dobbiamo rimontare le mountain bikes e la polizia ci branca subito chiedendo della nostra guida, mi sento proprio tirare lo zaino da dietro e l’unico nepalese alto e grosso che ho visto finora è proprio quello in divisa che ho davanti. Per ora siamo in Lower Dolpo, la guida non è obbligatoria. Non è facile spiegare le nostre ragioni a persone che non capiscono l’inglese. Proprio in quel momento vedo un ragazzo con una giacca blu arrivare di corsa, in puntuale ritardo nepalese. Capisco che era lui il nostro accompagnatore osservando gli scarponi, visto che nessuno qui li indossa. Non capiamo una parola ma con 300 Rupìe siamo liberi di partire. Si chiama con un nome incomprensibile che finisce in SNDR, quindi in poco tempo diventa Sandro, il nostro compagno local.

Montiamo le bici circondati da bambini che vogliono provare, toccare e sono molto incuriositi. Che belli che sono!

La valvola della mia ruota perde. Neanche stavolta riesco a partire con la bici perfetta. È destino. Sandro parla pochissimo inglese, solo qualche parola, ma non c’è molto da dire. Phoksundo, Dho Tarap, Jomsom. Ci guarda veramente storto, e chissà cosa pensa. Continua a ripetere “Difficult”. Gli accordi sono che ci saremmo incontrati lungo il sentiero di salita.

Phoksundo River

Il nostro viaggio inizia in discesa. Dobbiamo scendere verso Dunai, capoluogo del Dolpo. Michele conosce a memoria le valli che si è studiato durante i preparativi e sa che c’è un sentiero che taglia la strada. Iniziamo così, facendo ciò che ci riesce più naturale. Neanche il tempo di capire dove sono e mi ritrovo a fare gradoni e tornanti stretti, non che la cosa mi disturbi. Tempo 15 minuti e il sentiero finisce, dobbiamo calarci di traverso giù dai terrazzamenti per andare a prendere la strada: mi aspetto da un momento all’altro che qualche agricoltore nepalese mi rincorra, e ne avrebbe tutte le ragioni.

La bici è veloce sulla sterrata che conduce a Dunai, in breve tempo arriviamo al bivio per la vallata del Phoksundo River.  Le acque cristalline del Phoksundo si immettono nel fiume principale, impetuoso e inquinato, perdendo immediatamente il colore azzurro per un ocra limaccioso memore delle piogge monsoniche. Quella è la nostra direzione, oltre un lunghissimo ponte sospeso. Ho perso una ciabatta nella discesa. Uno dei pochi elementi di comfort che mi ero portato, appeso allo zaino, se ne è andato già nella prima mezz’ora di giro.

Abbiamo fame e imbocchiamo la nostra valle di salita, verso un piccolo villaggio appena segnato sulle carte. È molto vicino e ci aspetta il nostro primo Dhal Bat. Non prima di aver pagato una tassa di qualche parco o Conservation Area, l’ennesima tassa. Iniziamo bene. Il Dhal bat mi piace un casino, nella sua semplicità: consiste in un piatto unico di riso bollito, patate condite e brodino. Cxhe figata! Oggi il programma prevede l’arrivo a Cheepka, sono solo 800m dislivello e abbiamo tutto il pomeriggio.

La nostra attrezzatura è così organizzata: zaino da circa 10kg e bici che, con poche borsette essenziali, arriva a circa 17-18kg. Siamo autonomi, con tenda, sacchi a pelo, vestiario per temperature sottozero e cibo per passare in autonomia circa 4-5 giorni complessivamente. Dovrebbe bastare, ma lo scopriremo strada facendo. Sapevamo che la salita ai 3700m del lago Phoksundo sarebbe stata poco agevole. In effetti il sentiero, una mulattiera ben costruita, sale con scalette, gradinate, gradoni, e scende allo stesso modo, in un susseguirsi di saliscendi lungo un fiume impetuoso, con vegetazione spinosa, piante di canapa e vento caldo. Serviranno ben 4 dure ore per coprire i 20km di tappa odierna. che fatica!

La bici sulle spalle è un macigno, mi schiaccia, mi ingobbisce. Cerco di non pensare ai giorni seguenti: si prosegue a piccoli passi, e piccoli traguardi. Cheepka è un insieme di una decina di case, abbastanza ordinato e ospitale. In un angolo di prato posizioniamo la nostra tendina e ci diamo una rinfrescata. Due ragazzi ci chiedono di provare le nostre bici, ne sono entusiasti e i bambini li rincorrono.

Che bei momenti, finalmente ci rilassiamo con del té caldo. Ne avevo proprio bisogno e sento che anche Michele apprezza. Tiriamo un po’ il fiato dopo 48 ore stressanti e senza tregua. Vedo questo momento come inizio reale del nostro giro, il momento in cui finalmente sono riuscito a staccare la mente dalla quotidianità italica e ho tutto sotto controllo senza orari, dazi, carte e documenti a cui prestare attenzione: il viaggio ora sì che è iniziato. Siamo a 2700metri e non fa molto freddo. La cena a base di Dhal bat, doppio, ci sazia e non ci mettiamo molto a dormire: un lungo sonno ristoratore fino alle luci dell’alba.

Il secondo giorno inizia com’era terminato, con le scalette. Teniamo duro, stamattina la colazione è stata un vero lusso con Chapatee, miele, uova. Abbiamo tutte le energie per affrontare la tappa odierna, che nei nostri programmi dovrebbe farci arrivare al lago Phoksundo, uno dei luoghi più famosi del Dolpo. Salendo raggiungiamo una carovana di muli che trasporta viveri: i ragazzi nepalesi non hanno alcuna intenzione di farci passare, neanche ci guardano.

Il sentiero salendo diventa pian piano più pedalabile, e questa è una bella notizia. Il fiume incute timore quando gli passiamo vicino: un torrente che si è scavato la via in mezzo a pareti verticali altissime.  nessuno avrebbe scampo in queste rapide. più saliamo e più la vallata si apre: sto iniziando a percepire come qui nell’Himalaya tutto sia più ampio, i fiumi più rumorosi, e le pareti esposte su cui appoggia il nostro sentiero sono incredibilmente alte fin giù al fiume.

Eppure adesso stiamo pedalando bene, il morale è alto e ci avviciniamo rapidamente al lago. Che vallate! Un’ultima mezzora impegnativa, con bici a spalla, ci porta in vista di Ringmo, il villaggio in prossimità del lago. Siamo in quota adesso, dopo due giorni di viaggio già sfioriamo i 4000 ed è necessario fare almeno una giornata tranquilla per favorire l’acclimatamento.

Il nostro avvicinamento alle alte quote è un po’ troppo rapido, ne siamo al corrente e cerchiamo di capire continuamente come il nostro fisico risponde. Purtroppo però i tempi sono quelli che sono e il giro per niente banale, con ben 7 passi oltre 5000 metri. Le poche informazioni che carpiamo da qualche parola detta in inglese non sono per nulla incoraggianti. Eccolo il lago Phoksundo. una meraviglia, uno specchio di acqua azzurro pastello, un lago come l’avrei disegnato alle elementari quando sognavo le montagne.

Ringmo è un villaggio grande, con abitanti operosi che sistemano le abitazioni, preparano le carovane di yak e cavalli, fanno tessuti a telaio e coltivano orzo. Si sta bene e il clima è molto gradevole, solo un po’ fresco di notte, vicino agli zero gradi.

La classica cena a base di Dhal bat e té caldo, ci avvicina a sera. I tempi dei nepalesi sono molto dilatati, o forse siamo noi che siamo abituati ad avere tutto e subito. La cena viene preparata soltanto quando noi la chiediamo, una pietanza alla volta sulla stufa, e per preparare un Dhal bat sono necessarie un paio d’ore in media. Spesso un’attesa molto lunga per la fame che abbiamo. Mentre programmiamo e suddividiamo le tappe dei giorni a seguire, ci confrontiamo con una guida incontrata in paese che parla un po’ di inglese e che proviene proprio dalla nostra direzione. Siamo ansiosi perchè nei nostri programmi abbiamo un solo giorno di cuscinetto e la totale incognita del percorso. A bocce ferme mi sento di dire che tutto ciò mette pepe alla nostra avventura e il fatto di non sapere proprio niente del percorso, se non un attento studio cartografico nei mesi precedenti, aggiunge valore a ciò che stiamo andando a fare. Insomma ci piace anche questo.

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