Marzocchi Super Monster T – La Belva da 300mm

Marzocchi Super Monster T – La Belva da 300mm

Francesco Mazza, 21/02/2014
Whatsapp
Francesco Mazza, 21/02/2014

Autore: Francesco Mazza

Nella storia di ogni sport, così come nella storia dell’umanità stessa, ci sono stati dei periodi di evoluzione in cui, cavalcando una novità, si tendeva a portarla all’esasperazione, nella convinzione di sfruttarla appieno. Ovviamente, col senno di poi, si è sempre arrivati alla conclusione che la via migliore non risiede negli eccessi, bensì nel compromesso, nell’equilibrio, nella giusta proporzione. In medio stat virtus, citando un antico proverbio. Ma per raggiungere questa consapevolezza spesso bisogna percorrere alcuni step, che prevedono scelte diametralmente antitetiche. Si raggiunge un limite per capirne i vantaggi e gli svantaggi, poi si esplora il limite opposto, e infine si cerca la terza soluzione, quel punto di equilibrio che sappia conservare in armonia i vantaggi di entrambe le soluzioni contrapposte.

velo

Nella Mountain Bike uno di questi periodi è riconducibile al periodo del “big is better” o de “le dimensioni contano”. Erano gli albori del FRX, il Freeride estremo, quando l’unità di misura per l’escursione era il metro e quella per il peso era la tonnellata. Biciclette assolutamente inguidabili, ma che d’altra parte nemmeno pretendevano di esserlo, pronte a ingoiare senza problemi drop altissimi con atterraggi spesso improbabili, sotto al sedere dei rider più eroici, oppure oggetti di culto per i poser con “sindrome da spogliatoio” latente. Questi mezzi erano l’eccellenza dell’esasperazione, che è andata gradualmente scemando, lasciando spazio a pesi più contenuti ed escursioni minori, grazie all’evoluzione raggiunta sui materiali, sulla tecnologia, sulla tecnica di riding e sulla tecnica di costruzione dei salti.

original_EpischesGedicht

All’apice di questo “medio evo” della MTB, fatto di cavalieri, armature e “cavalli” mastodontici, in Italia è nato un oggetto che in tutto il mondo si è affermato come simbolo di questo movimento, il monumento all’imponenza, il colosso dei colossi: la Marzocchi Super Monster Triple.

 large_P1120945.JPG

Era l’anno 2002. Il progetto della Super Monster Triple nasceva da una collaborazione interna a Marzocchi, tra il settore moto e il settore MTB. Si trattava di una prodotto fuori dal comune in tutto e per tutto, con soluzioni innovative per l’epoca e per molti versi distanti dalle normali logiche di una forcella destinata alla Mountain Bike. I numeri erano quelli di un vero gigante: 300mm di escursione, circa 6,5kg di peso, steli da 40mm (anni prima che vi arrivasse Fox) e 682mm di lunghezza axle to crown.

 supermonster03OE BOOK

La Super Monster T utilizzava le cartucce idrauliche della Marzocchi Shiver da MotoCross. 26mm di cartuccia sovradimensionata, collocata all’interno di entrambi gli steli in alluminio da 40mm, dove erano situate anche le molle, una per ogni stelo. Era possibile regolare il precarico internamente, mentre le regolazioni esterne permettevano, tramite l’uso di un cacciavite, la regolazione del ritorno, posizionata nella parte alta dello stelo destro, la compressione, posizionata in fondo allo stelo destro, e la compressione del fine corsa, posizionata nella parte alta dello stelo sinistro. Inoltre era dotata di una piccola vite, posta sui tappi superiori, adibita allo sfiato dell’aria accumulatasi in pressione all’interno degli steli.
I foderi, costituiti da due gambe separate, unite tramite un archetto imbullonato da ambo le parti, erano forgiati e rifiniti a CNC, così come le piastre della crociera, delle quali l’inferiore era dotata di ben 3 viti per lato per il serraggio dello stelo.

Monster T300-200

Sandro Musiani, ingegnere capo di Marzocchi, ci ha cortesemente fornito alcune foto della prima Super Monster Triple prodotta, la “numero zero”, che è stata presentata a Inter Bike nel 2002. Notiamo le piastre e l’archetto interamente ricavati dal pieno a CNC, a differenza di quelle della forcella entrata in produzione seriale, che erano forgiate e rifinite a CNC. La piastra inferiore inoltre aveva la forma ad ala di gabbiano, classica delle forcelle da MotoCross. I piedini con la sede del perno da 20mm erano dotati di calotte a 4 viti, invece del piedini a 2 viti della forca di serie.

Monster 300 in UT

PIC00003   PIC00004

 

 

 

 

Diversi freerider hanno utilizzato la Super Monster T durante la loro carriera, ma colui che l’ha resa celebre è stato senza ombra di dubbio Josh Bender, il pioniere dell’Extreme Freeride, che per anni ha sfidato la gravità, spostando i limiti della MTB per quell’epoca, alla ricerca di drop sempre più alti, fino al Jaw Drop di Kamloops alto ben 17 metri!
Telai massicci e dalla lunga escursione, ruote blindate e gomme da 3″, facevano da corredo alla forcella mostruosa marcata Marzocchi, contribuendo a far raggiungere alla bici completa un peso che spesso andava oltre i 30kg. Il Freeride si è evoluto tantissimo e non ha senso paragonare le gesta di Bender, dei Fro Riders e degli altri capostipiti della disciplina a quelle degli attuali top rider, ma lo stesso Cam Zink in una recente intervista ha dichiarato di avere grandissima stima del pioniere Bender, che lo ha ispirato molto non tanto per la tecnica, quanto per l’approccio decisamente estremo che ha sempre avuto verso il Freeride.

bender_bike_lg

La commercializzazione della Super Monster Triple è durata solamente 2 stagioni, dal 2003 al 2004. L’evoluzione dei componenti e dello stile di guida ha velocemente escluso la super forcella da 300mm di escursione dal mercato. Proprio nel 2004 Marzocchi ha iniziato la vendita della prima versione della famosissima 888, con un netto cambio di rotta, in piena sintonia con le esigenze dei rider di tutto il mondo. Eppure per diversi anni a seguire, molti appassionati del genere “pesante e cattivo” hanno continuato a utilizzare questa belva da mega drop, rendendola definitivamente un componente storico e una pietra miliare nell’evoluzione delle sospensioni da Mountain Bike. Siamo certi che qualcuno di voi ancora la conserva gelosamente in casa o in garage, come un trofeo da mostrare agli amici, o semplicemente come ricordo di un’era spettacolare della storia del Freeride.

large_Sm2.JPG