Nepal in MTB in autosufficienza, parte 3: sempre più in alto

Nepal in MTB in autosufficienza, parte 3: sempre più in alto


[Continua da qui] Un ragazzo passato per il villaggio a riscuotere una tassa di passaggio ci dice che in una valle poco distante c’è un antico cammino verso il Tibet. La mattina è soleggiata e iniziamo la nostra pedalata verso il fiume, da dove parte questa storica via.

Ben presto il sentiero si perde tra arbusti e guadi molto alti, senza accenni di miglioramento lungo questa valle desolata. Decidiamo di puntare la cima più vicina. Sembra molto alta ma dall’altro versante intravediamo un crinale che potrebbe portarci al confine. La salita è quasi completamente a piedi, e senza sentiero seguiamo il crinale aggirando brevi tratti di rocce verticali. Dopo 3 ore siamo in cima e si è alzato un vento fortissimo, tanto che dobbiamo urlare per parlarci. Ci spostiamo verso nord su un crinale strettissimo ma che incredibilmente si lascia pedalare. Un paesaggio brullo e quasi completamente grigio con pochi ciuffi d’erba.

Vediamo il Tibet: non cambia molto dall’Upper Dolpo come aspetto: un altopiano sconfinato a perdita d’occhio, sopra i 5000 metri. Non ci resta che scegliere un crinale di discesa che possa sembrare divertente, ma non pensavamo di riuscire a fare una discesa del genere completamente freeride, 1000 metri di discesa in unica soluzione. Tratti ripidi e rettilinei flow invitano a mollare completamente i freni: c’è solo da prestare attenzione ai salti, dato che il vento ti spazza via quando sei in volo. Freeride totale!

Ritorniamo a Chaarka Bhot in un attimo e sfruttiamo il pomeriggio per revisionare le biciclette, per quanto possibile. Un vento freddo e fortissimo spazza la nostra tenda e ci rifugiamo a bere un thé caldo. Sandro è sparito, lo rivedremo soltanto verso sera, per la solita cena a cui stavolta si aggiungono delle erbe che… sembra proprio erba questa, quella di casa mia. Non che abbia mai assaggiato il prato, ma avrà sicuramente questo sapore terribile.

L’indomani ci rimettiamo in marcia prestissimo, lungo sentieri straordinari: centinaia di pietre accumulate con incise delle preghiere secolari sono ammucchiate in modo ordinato sulla riva. Che lavoro e che dedizione dietro queste incisioni! Sono veramente stupito, sono a migliaia e immagino siano messe per pregare che il fiume non esondi. Forse sarebbe stato meglio usare parte delle pietre e delle energie per costruire un argine artificiale a protezione del villaggio, ma risulterebbe come un semplice argine, privo del fascino spirituale e a volte contradditorio, tipicamente nepalese.

La nostra salita procede per nostra sorpresa tutta in sella, in una vallata che si perde fin verso il confine con l’Upper Mustang. Ogni tanto perdiamo il dislivello duramente guadagnato per scendere al fiume: ogni pedalata costa tanta fatica ma procediamo con un’ottima andatura, se confrontata con i primi giorni. Da adesso per più di due giorni non avremo alcun rifornimento e dobbiamo dosare le provviste.

Quasi 6000

La vallata si stringe, il sentiero diventa impervio ed esposto su sfasciumi ripidissimi. Obbligatorio restare concentrati, e la fatica non aiuta. A tratti il sentiero sparisce, non capiamo se abbiamo sbagliato, ed è veramente complicato procedere. Facciamo capire a Sandro che forse era meglio superare la vallata dall’altro versante, dove si intravede un sentiero lontano e una carovana di cavalli o muli. Testardo ci invita a proseguire e bastano pochi minuti per capire che il nostro istinto ci avrebbe portato dall’altra parte, probabilmente verso la scelta corretta.

Ma ora bisogna concentrarsi perchè dobbiamo superare salti di roccia e passarci le bici per evitare dei tratti molto pericolosi. Un piede messo nel punto sbagliato sarebbe… anzi facciamo che metto il piede nel punto giusto, ma sento che la mancanza di lucidità dovuta alla quota e allo sforzo mi richiede una concentrazione incredibile per tenere il passo fermo e sicuro con la bici in spalla.

Tutto questo ci prosciuga e dobbiamo anticipare il pranzo, una volta ritornati in fondovalle.  La vallata di fronte a noi si apre, c’è una luce abbagliante e l’erba bruciata passa dal verde al rosso. Mangiamo le patate lesse che ci siamo portati in un sacchetto nello zaino e dividiamo una Clif Bar al burro di arachidi che mi sembra la cosa più buona del mondo. Siamo quasi a 5000 metri e il sentiero è stupendo. Mi avvantaggio un po’ e resto da solo ammirando ogni montagna intorno a noi: sarebbero tutte fattibili in bici, tutti panettoni dove fare del freeride selvaggio.

Che posto straordinario e isolato! Non incontriamo anima viva, nemmeno un animale. Sento solo dei fischi simili alle marmotte e vedo qualche tana, ma nessuna traccia degli animaletti. Devono essere più scaltre per sopravvivere qui, rispetto che sulle alpi. Me le immagino piccole e velocissime a nascondersi. Dobbiamo passare a volte nel fiume che si allarga e mangia il sentiero, ma è talmente basso e calmo che possiamo pedalarci dentro. Le nostre bici sono perfette per questo giro e non cambierei nulla dell’attrezzatura che mi sono portato. Anche lo zaino, pesantissimo il primo giorno, dopo due settimane mi sembra si sia dimezzato, oppure sono più forte io.

Mi fermo, prendo un po’ di acqua dal fiume e aspetto Michele. Ci sediamo e scambiamo due parole, siamo parecchio provati e pensavamo che la tappa di oggi fosse più breve. Ci serviranno ancora almeno due ore per arrivare al punto di sosta, un incrocio di due sentieri con una baracca di pietra crollata. Poco dopo passa una carovana di cavalli con dei sacchi di cemento e dei paletti di ferro da costruzione per il cemento armato, sicuramente diretti a Chaarka Bhot il giorno seguente. Siamo felici di vedere delle persone e comunichiamo a sorrisi.

Finalmente siamo a Nulungsumdo e dopo aver piazzato la tenda faccio una camminata in vista del passo del giorno seguente, che sarà il più alto del nostro viaggio a quasi 5600m: non è lontano. Superato un dosso erboso si staglia la sagoma imponente dell’Annapurna, che segnerà un po’ la fine del nostro viaggio ed è enorme rispetto ai monti qui intorno a me. Non appena cala il sole, cala anche un freddo pungente che ci obbliga a finire in fretta la nostra cena ed infilarci nel sacco a pelo.

La dieta a base praticamente di soli carboidrati supporta a fatica gli sforzi che dobbiamo compiere in questi giorni e lo percepiamo. Dopo due settimane accendo lo smartphone, in realtà senza un motivo particolare visto che è totalmente inutile qui. Riguardo qualche vecchia foto e penso a casa.

Il sole sulla tenda segna la nostra sveglia, e il rumore delle cerniere segna ormai la quotidianità dei movimenti e delle operazioni di picking della nostra attrezzatura. Il fiume è congelato e la tenda inizia a fumare sotto i raggi del sole. Dopo una magra e frettolosa colazione ci affrettiamo a partire per scaldarci. Quando vedo Michele attardarsi e camminare a testa bassa anche su un sentiero quasi piano e liscio, capisco che è veramente in crisi. Questi sono i limiti dettati dall’alimentazione: siamo sempre con le energie contate e oggi ci aspetta una tappa lunga anche dopo il passo di fronte a noi;  c’è poco da fare se non procedere del proprio ritmo.

Credo sia il valico che personalmente soffro di meno, e sicuramente è anche il più bello. Si pedala fino a 5300m e lo conquisto con un ritmo lento ma regolare. Sono in apprensione per Michele, mi volto spesso e lo vedo arrivare. Lo conosco bene e non ho alcun dubbio o paura, ed infatti eccolo che dietro ogni curva arriva ricurvo nel cappuccio della sua giacca. Siamo al passo prima di mezzogiorno e c’è un cielo incredibilmente blu, con vallate immense in ogni direzione e i crinali erosi del Mustang all’orizzonte. Si sta bene qui e ce la prendiamo comoda sotto le bandierine colorate svolazzanti. Sandro ha già iniziato la discesa, anche per lui sono tappe impegnative ed è molto stanco, con percorrenze tavolta di oltre 40km e 7-8 ore di cammino.

Da adesso scendiamo di quota e abbiamo davanti 2000 metri di discesa. È difficile e faticoso anche procedere in discesa, ma è tutto così spettacolare, dal sentiero al contorno, che proseguiamo col sorriso. Oggi ci sono passaggi tecnici, tratti molto esposti e tornanti ripidi che ci fanno scendere di quota. Stiamo uscendo dal Dolpo, e anche l’aspetto delle montagne cambia, ora più severe e scure. A quote più basse ritorna il caldo e la fatica si fa sentire ancora di più. I sentieri rimangono sinuosi e godibili anche in mountain bike ma i continui saliscendi al fiume ci demoralizzano un po’. E ci si mette anche la mia gomma davanti che non vuole saperne di tenere la pressione. Arriveremo al villaggio di Sangda all’imbrunire, dove apprezziamo il comfort di una casetta ordinata. Giochiamo a palla con dei bambini intanto che aspettiamo la cena: è buonissimo anche il Dal Bhat, stasera va bene davvero qualunque cosa.

Civiltà

Quando abbandoniamo Sangda percepiamo la vicinanza della civiltà. È stata costruita una strada enorme, che a causa di una frana è bloccata da chissà quanto tempo, quindi nessun veicolo la può percorrere. Dobbiamo superare un altro passo a 4500m, ma ci sembra una passeggiata rispetto ai giorni precedenti. Da un nido a pochi metri da me vedo partire delle aquile, una, due, tre. Almeno una decina partono in volo. Sono enormi e le ammiro mentre ci girano sulla testa. Iniziamo a vedere del movimento, un paio di carovane, delle mandrie di yak. Ci stiamo avvicinando a Kagbeni, anzi ormai ci aspetta solo una lunga discesa di 2000 metri.

Kagbeni è una cittadina un po’ disordinata, con lavori in corso ovunque, ponti crollati sui fiumi, alberghi a misura di occidentale. Si vede che siamo vicini alle mete più classiche e frequentate. Ci concediamo un lauto pranzo, finalmente senza riso: Momo in abbondanza, delle specie di ravioli ripieni di verdure, e una birra Everest da 66cl. Finalmente! A questo punto il nosto viaggio può proseguire senza Sandro e proviamo a parlargli. Sandro è diventato ormai un amico, abbiamo condiviso fatiche e tanti momenti  piacevoli e divertenti. Ci ha parlato della sua famiglia, dei suoi figli, e siamo contenti di aver condiviso il viaggio con lui. Ora però è diverso: nel giro di 5 minuti cambia come girare la frittata.
Dopo che avevamo pattuito e anticipato un compenso per 20 giorni a cifre generose,  per una guida che neanche ci serviva, pagandogli anche una settimana di rientro da Jomsom a casa sua, ci chiede una mancia (davvero abbondante), continuando ad apostrofarci come “too poor, too poor for Nepal“.
Dal momento in cui lo abbiamo lasciato, purtroppo nel peggiore dei modi, io e Michele abbiamo fatto una riflessione (colorita) sul turismo in Nepal: un turismo a misura d’occidentale, che droga la popolazione locale pagando profumatamente pasti, servizi e mance senza alcun freno. Questo ovviamente porta i local ad adagiarsi aspettando la manna che viene dall’Occidente, nel modo in cui chi è fortunato a poter accompagnare qualcuno riceve un compenso veramente sostanzioso, e chi è meno fortunato vive nella miseria più totale. Ovunque infatti si nota una certa pigrizia quotidiana che sfocia in un amaro servigio quando serve.
Ovviamente la critica è rivolta al turista che pretende la stufa al kerosene anche in tenda a 5000 metri, che pretende di avere i comfort, dei passatempi o il cibo di casa quando è nella natura più selvaggia, lasciando trasportare il tutto a veri e propri servi che fanno qualsiasi cosa, non semplicemente i portatori. Io e Michele siamo contrari e vorremmo nel nostro piccolo promuovere un turismo a contatto con le popolazioni locali, che possa aiutare a crescere e prosperare una popolazione che ha un potenziale enorme nell’ambiente che la circonda, egoisticamente sfruttato dall’occidente in malo modo, mirato soltanto all’impresa da raccontare di facciata una volta tornati a casa, lavandosi le mani con un po’ di elemosina.
Il nostro viaggio prosegue in salita verso Muktinath con un vento malvagio che a volte non ci permette di procedere pedalando. abbiamo un migliaio di metri di salita da fare, ma a queste quote, sotto i 4000 metri, pedaliamo che è un piacere. Ci dirigiamo verso un piccolo Hotel di cui abbiamo visto un adesivo su una vetrina di kagbeni. Bel posto, con gestori cordiali e molto interessati al nostro tour. Torniamo a parlare inglese dopo 15 giorni, ci facciamo una doccia, finalmente, e abbiamo anche una connessione wifi per scrivere ai nostri cari. Lusso sfrenato insomma, che apprezziamo e che ci coccola durante questa serata.
L’indomani saliamo arrivando a lambire il famosissimo passo Thorong La del circuito dell’Annapurna, per lanciarci in una discesa incredibile verso Jomsom, con curve che sembrano disegnate apposta per le due ruote e ponti sospesi su alti canyon. Non potevamo concludere il nostro viaggio in modo migliore. Ritorniamo in fondovalle verso la cittadina di Jomsom su una strada polverosa e costantemente distrutta dal fiume Kali Gandaki. Qui alloggiamo vicino all’aeroporto, siamo spaesati e forse ancora non abbiamo realizzato che l’avventura tanto sognata è praticamente finita ed è andata nel migliore dei modi. Non sentiamo neanche l’alt del posto di blocco e veniamo ripresi dalla polizia. “Abbiamo tutti i permessi non preoccupatevi”: finalmente qualcuno ce li chiede.

Non è finita

C’è un vento fortissimo e freddo che solleva polvere. È abbastanza inospitale stare all’aperto per cui entriamo nel nostro piccolo albergo, dove aspettiamo la cena e prepariamo le bici per il volo di domani sul piccolo aereo, che partirà alle 6, unico momento della giornata in cui il vento si calma. Abbiamo tante fatiche da smalitire e dopo una cena abbondante ci lasciamo andare quasi subito in un lungo sonno ristoratore. Ci svegliamo che pioviggina e ci sono nubi basse. Siamo nel piccolo aeroporto alle 5:30 pronti a partire ma si sente aria di ritardi, e capiamo che il nostro volo verrà rimandato, senza che ci sia nessuna comunicazione ufficiale. Non abbiamo fatto colazione e mi fermo a prendere dei biscotti confezionati cinesi in una bottega. Secondo me proviene da loro la nausea e il malessere che di li a poco mi prenderà.
Inizia a piovere e dopo qualche ora capiamo che il nostro volo non partirà mai. È un grosso problema per noi visto che abbiamo i giorni contati e ci separano da Pokhara 120km di strade devastate dai monsoni. Decidiamo di dividere una jeep con degli escursionisti francesi. Ci tengo a precisare che in tutto questo disagio dobbiamo portarci dietro i nostri destrieri in carbonio pronti per il volo aereo, con le ruote smontate. Chiediamo “the fastest driver in Nepal”, scherzando, e in mezzo a decine di Tata e Mahindra spunta un Defender kittato anni ’80 che puzza di mezzo alpino. È il nostro. Carichiamo le amate bici sul tetto e inizia una lenta marcia tra strade distrutte, guadi, strampiombi vertiginosi e frane.
Dopo due ore la strada è interrotta da una frana, appunto, e non si può proseguire. Indecisi sul da farsi, carichiamo in spalla le nostre bici mezze smontate e iniziamo a camminare verso un villaggio, per un’ora di fatiche sotto la pioggia e nel fango. L’autobus che avrebbe dovuto condurci alla cittadina di Beni sembra non avere nessuna fretta e probabilmente starà fermo ancora per ore ad aspettare di riempirsi. Noi non abbiamo tempo e saggiamente decidiamo di rimontare le nostre bici. Di nuovo in sella, io con un po’ di febbre. La strada è un mare di fango.
Ci separano 50km da Beni ed ogni breve risalita a bordo del fiume ci costa uno sforzo enorme, in una spanna di fango, tanto che a volte dobbiamo procedere a piedi. Viaggiamo comunque più veloci dei mezzi motorizzati, che spesso si ritrovano impantanati o in panne. Superiamo dei piccoli villaggi dove regna la povertà più totale. Io e Michele non scambiamo una parola, spesso basta uno sguardo per capirci. Alle 18 siamo a Beni, distrutti, e dopo animate discussioni per caricare le bici su un autobus, per fortuna troviamo un ragazzo francese, che ha un’agenzia di mountain bike qui in Nepal, con cui dividiamo una jeep per Pokhara.
Parliamo del nostro viaggio, ed è molto interessato. Ci vorranno almeno altre 5 ore di  percorso travagliato per raggiungere la città. Impossibile anche dormire su queste strade, spesso si viaggia a passo d’uomo e si viene sbalzati contro il tetto da voragini sulla strada. Oggi è stata sicuramente la giornata più impegnativa del viaggio e per fortuna a Pokhara troviamo una pizzeria aperta anche a tarda ora. Il clima è tornato caldo e umido come alla partenza del viaggio e onestamente non vedo l’ora di buttarmi a letto.
Il giorno seguente è finalmente un po’ più tranquillo e il volo verso Kathmandu stavolta è rapido e indolore, su un piccolo aereo che ogni tanto va in allarme, ma sembra non preoccupare i piloti.
A Kathmandu incontriamo Kedar, che ci viene incontro in aeroporto sudato e vestito come il primo giorno. È pomeriggio e alloggiamo in centro alla capitale in un albergo di finto lusso che stona in mezzo ai cavi aggrovigliati, le scimmie e i bazar del quartiere Thamel. La sera la trascorriamo in compagnia di Kedar, e purtroppo dato il poco tempo a disposizione non riusciamo a incontrare Ram e Bimal, due vecchi amici di Kathmandu. Un giro tra i bazar è d’obbligo, per qualche piccolo ricordo e un assaggio di clascon nepalesi. C’è aria di smog e umidità: siamo ben lontani dalle fredde notti del Dolpo, dalla sensazione di faccia gelata che ci accompagnava per tutto il giorno, dal vento dei 5000 metri, dalla notte nel sacco a pelo.
Il volo internazionale per Milano ci attende, e la nostra intensa avventura è giunta al termine. Domani torneremo già al lavoro e alla routine quotidiana (si, domani) dopo una botta di vita, di adrenalina e di solitudine che riusciremo ad apprezzare appieno soltanto dopo averla metabolizzata.
Se c’è qualcosa da rimproverarsi, o meglio, da rivedere, sono appunto i tempi troppo serrati, la voglia di riempire ogni attimo delle poche ferie a disposizione: voglia che però ci ha sicuramente permesso di chiudere un viaggio che neanche noi eravamo sicuri di poter fare, in luoghi dimenticati e su sentieri incredibili. Il Nepal ha quel misto di chaos e spiritualità che a volte incuriosice, a volte infastidisce, ma che ti attira come una calamita, insieme alle emozioni e ai paesaggi straordinari che sa regalarti, in cambio di un pò di sudore per raggiungerli.
Questo è esattamente ciò che amiamo fare e in queste lande desolate abbiamo trovato una vera dimensione in cui metterci alla prova, per riuscire ad evadere dalla società frenetica in cui ci ritroviamo immersi ogni giorno.

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  1. Grandissimi ragazzi e grazie di aver condiviso le emozioni del vostro viaggio con noi!

    Oltre a questo ci sono tre cose che tengo a dirvi:

    1) sono stato in Nepal nel 2003 con la mtb, ed ho un'opinione diversa sull'aiuto dei portatori. Portatori e lodges sono fondamentali per lasciare qualche soldo in loco, al di là dei permessi i cui soldi finiscono nelle tasche dei burocrati. Di solito ci si appoggia ad una delle tante agenzie di Katmandù che organizzano i portatori e le guide, togliendo non solo il peso fisico dalle spalle dei turisti ma anche quello snervante dell'organizzazione. Costa di più, chiaro, ma aiuta l'economia di uno dei Paesi più poveri del mondo. Non è schiavitù, ma è un servizio che è nato da come il territorio sia impervio e tanti posti irraggiungibili se non a piedi.
    Mi rendo però conto che dove siete andati voi non c'era niente, a parte oltre l'ultimo passo quando siete finiti nel circuito trekking dell'Annapurna. Forse un cuoco e un portatore per il cibo ci sarebbero stati bene. Noi ce l'avevamo, e il té caldo al mattino quando è tutto freddo e gelato non me lo sono ancora dimenticato, anche se di base io non bevo bevande calde.

    2) La vostra guida ha fatto una scenata che fanno tanti nepalesi quando chiedono la mancia. A me è capitato pure con un barbiere a Katmandù. Niente di particolare, avete fatto bene a dire di no, lui intanto ci ha provato.

    3) Quando sono andato io in Nepal da Jomson a Beni non c'era la strada, e me la sono fatta in bici su un sentiero tutte rocce. Se aveste avuto più tempo sulla via ci sono delle terme di acqua calda, una libidine dopo 15 giorni in quota: http://tatopani.com.np/

    Questi i cessi di bici con cui eravamo in giro allora (Dalaughiri sullo sfondo):

    [​IMG]

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    1. Grazie Marco per le tue considerazioni. Che figata in Nepal nel 2003. E se non sbaglio ci sei tornato anche una decina di anni fa al Tilicho! Top!

      Comunque credo che la verità stia nel mezzo come in tante cose. Noi abbiamo preferito fare tutto in autonomia e siamo contentissimi di questa scelta.
      Conosco la storia degli “sherpa” radicatissimi a livello culturale e necessari per la maggior parte delle spedizioni. Gli spazi sono troppo ampi per pensare di fare tutto da soli, per esempio una spedizione alpinistica. E lungi da me pensare che non si debba aiutarli economicamente. Credo di averlo spiegato bene il mio pensiero.
      Non è questione di tè caldo a colazione (che ci facevamo anche noi col fornello) bensì di veri e propri servigi. Vedere un gruppo di 2(due) escursionisti con 6 persone al seguito, 2 tende singole, tenda cucina, stufa con bombola di kerosene, cibo occidentale.. e i due turisti praticamente senza zaino seduti su una pietra a guardare 6 nepalesi che montavano da zero un piccolo campo base. E non stavano scalando l’Everest, ma facendo il nostro giro. In privato ti dirò anche quanto abbiamo pagato il buon Sandro, dopo ardue trattative. E fanno bene a farsi pagare così ovviamente se il pigro europeo o giapponese tira fuori sti soldi. Ci siamo sentiti davvero ‘too poor for Nepal’ se la mettiamo giù così!

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      1. Ciao, intanto complimenti, siete stati semplicemente immensi.

        Io ho partecipato e organizzati negli anni passati due spedizioni speleologiche, una nella zona costiera a sud di Giava e l’altra in Venezuela su un Tepui al confine della Guyana Francese.
        Entrambe zone moderatamente complicate da raggiungere, da cui la necessità di guide e mezzi, ti posso confermare che in entrambe le occasioni “la trombata” di fine viaggio , non è mancata in entrambi i casi, con richieste di extracompensi per i motivi più assurdi. In Venezuela addirittura abbiamo rischiatodi rimanere in cima al Tepui perchè hanno chiesto una cifra assurda per il consumo anomalo di carburante per l’elicottero !

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  2. Veramente non ho più parole…ho già espresso nel commento della scorsa puntata ciò che penso di voi e del vostro modo di intendere l’ Avventura (poco importa che sia in MTB a piedi o con la mongolfiera). Con questa ulteriore perla avete messo la classica ciliegina sulla torta. C’è da dire che avete compiuto un’ autentica impresa. Pensare che faccio fatica ad organizzare un’ uscita sulle Alpi e che voi avete portato a termine una cosa del genere NON in Nepal, ma in QUELLA regione particolare ed in questo modo, beh …tanta roba !
    Grazie davvero, c’è poco altro da dire.

    P. s. In merito al discorso sui compensi alle guide locali non so che giudizio esprimere, non conoscendo bene la situazione potrei anche pestare una merda. Così a sentimento però direi che anche quello che scrive Marco ha un senso.

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      1. Grazie Yura!
        Credo anche io che la verita’ stia nel mezzo, sicuramente i soldi e le mance dei turisti aiutano la popolazione a sopravvivere in un paese con uno dei governi piu’ corrotti al mondo, a pelle pero’ non posso negare che alcune dinamiche mi hanno dato molto fastidio, mi riferisco principalmente al turista che deve per forza portare il suo culo in ogni angolo del pianeta possibilmente facendo la minor fatica possibile e sborsando somme enormi…per come la vedo io: non ce la fa? ti alleni per riuscirci o fai altro, non vai a “stravolgere” un luogo per i tuoi comodi !
        Dall’altro lato c’e’ il nepalese che nella vita quotidiana fa poco o nulla tanto prima o poi arriva il pollo da spennare
        Comunque per esprimere giudizi bisognerebbe conoscere bene la realta’ dei luoghi quindi non voglio essere troppo critico su cose che non so… dico solo quello che ho provato vedendo alcune scene

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  3. Ed ecco anche il 3° capitolo!

    Che dire… come vi ho già detto grazie di averci fatto vivere anche a noi qualche assaggio della Vostra avventura!

    Le foto sono stupende!!… ma lasciatemi dire che se uno non conosce il contorno non riesce ad apprezzarle veramente….

    ….e come l’avete raccontata voi è semplicemente ..perfetto!

    Grazie

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  4. Bravissimi Michele e Dario complimenti per questa fantastica avventura che avete condiviso su questo portale. Nel vostro racconto accompagnato da stupende immagini , siete riusciti a trasmettere le emozioni provate e vissute durante il viaggio. Il luoghi attraversati sono davvero esagerati….. e poter percorrerli in mtb è davvero qualcosa di speciale, come confrontarsi con una cultura e abitudini diverse dalle nostre. Cosa posso aggiungere….sicuramente…KE SPETTAKOLOOOOOO grandissimi

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  5. Complimenti bellissimo giro, grande racconto e splendide foto. Grazie per aver condiviso la vs esperienza con noi.
    Qello da voi segnalato è un problema che si riscontra in molti paesi poveri dove chi è fortunato a lavorare con i turisti (Tassisti,guide,portatori ecc…..) riesce e spesso pretende mance che corrispondono a stipendi mensili dei locals.

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  6. Grazie per avere condiviso la vostra avventura che un cinquantenne con figlie adolescenti non può fare altro che sognare
    Magari quando avrò piu spazio per me non avrò le banane per pedalare
    Complimenti ancora
    P.S.
    Un turismo che rispetta l’ambiente in quei posti ben venga , anche se i locali magari sembrano esosi sono sempre soldi ben spesi si per voi che per loro

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  7. Come tutti vi ringrazio per aver condiviso la vostra incredibile avventura, credo la rileggerò almeno altre 10 volte! posso chiedervi se pensavate di aprire una pagina internet con tutte le informazioni per chi volesse provare a fare una cosa simile? Non vorrei apparire troppo venale, ma sarebbe possibile conoscere i costi, per lo meno delle cose principali?
    ps. sono assolutamente contrario ai turisti viziati, ma le guide vanno pagate il giusto

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    1. ciao, i costi principali, per noi che siamo stati attenti sono stati:
      volo 520+250bici a testa
      permessi e visti vari: circa 700 a testa
      Guida obbligatoria per la regione*: 850+vitto (da dividere in 2)
      voli interni: 500 circa a testa
      costo giornaliero: dipende da quando c’erano le lodges e quando eravamo nel nulla. in media 10€ al giorno direi.

      Come vedete è un viaggio molto costoso, per diversi aspetti, permessi, voli interni ecc.

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  8. Che racconto tosi, e che foto fantastiche. Tanta ammirazione e un po’ d’invidia. Siete due draghi. E’ un onore conoscervi e un privilegio quando si gira insieme. E quelle volte confesso che un po’ di apprensione mi attanaglia già da quando smonto la bici dall’auto. Perchè siete FUORI!!!! Grandi!

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  9. fagottovolante

    Come tutti vi ringrazio per aver condiviso la vostra incredibile avventura, credo la rileggerò almeno altre 10 volte! posso chiedervi se pensavate di aprire una pagina internet con tutte le informazioni per chi volesse provare a fare una cosa simile? Non vorrei apparire troppo veniale, ma sarebbe possibile conoscere i costi, per lo meno delle cose principali?
    ps. sono assolutamente contrario ai turisti viziati, ma le guide vanno pagate il giusto

    C'è un ragazzo di Bergamo che ha fatto un viaggio lunghissimo cercando di spendere in media 10€ al giorno. Ha fatto un blog easthiker. Il racconto è bellissimo e pieno di informazioni.

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  10. oh ca..o, con la terza puntata è finito tutto….
    davvero un viaggio bellissimo, un report fantastico che mi ha permesso di cogliere parte delle vostre emozioni e sensazioni come se fossi stato anche io li con voi…
    ancora grazie per aver condiviso la vostra avventura, foto e video davvero spettacolari
    una domanda però…
    è stato difficile avere a che fare con quelle altitudini? e ci si riesce ad abituare?

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    1. Ciao Zeus, a grandi linee si procede a 1/3 della velocità abituale sopra i 5000m. stimavo 250/300 m di VAM con bici a spalla. ci si riesce ad abituare certo, ricordo che dopo due settimane a 4000 metri pedalavamo davvero bene, quasi come sulle alpi.
      a 5000 invece c’è proprio un bel calo di prestazioni, si va in affanno facilmente e serve costanza nel cercare il proprio ritmo.
      Come raccontavo nella prima parte, abbiamo fatto un avvicinamento un po’ azzardato, salendo direttamente a 3600, poi 4000 e infine 5150m già al quarto giorno di viaggio. Però i nostri fisici hanno risposto molto bene, credo sia soggettivo comunque.
      l’ideale avendo tempo sarebbe prolungare la vacanza :mrgreen: visto che dopo 17 giorni stavamo proprio bene 😉

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  11. desedet_dario

    Ciao Zeus, a grandi linee si procede a 1/3 della velocità abituale sopra i 5000m.

    Per cui facevate 400/500 mt. di dislivello all' ora…

    desedet_dario

    stimavo 250/300 m di VAM con bici a spalla. ci si riesce ad abituare certo, ricordo che dopo due settimane a 4000 metri pedalavamo davvero bene, quasi come sulle alpi.
    a 5000 invece c'è proprio un bel calo di prestazioni, si va in affanno facilmente e serve costanza nel cercare il proprio ritmo.
    Come raccontavo nella prima parte, abbiamo fatto un avvicinamento un po' azzardato, salendo direttamente a 3600, poi 4000 e infine 5150m già al quarto giorno di viaggio. Però i nostri fisici hanno risposto molto bene, credo sia soggettivo comunque.
    l'ideale avendo tempo sarebbe prolungare la vacanza :mrgreen: visto che dopo 17 giorni stavamo proprio bene 😉

    Mmmmm, avviso ai naviganti: leggete questi dati con con le dovute precauzioni. Questi due non sono biker normali, oltre che in discesa vanno forte anche in salita ! Io sono vecchio e pippa ma ho girato con tanta gente e ne ho incontrati pochi come loro.

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  12. marco

    Grandissimi ragazzi e grazie di aver condiviso le emozioni del vostro viaggio con noi!

    Oltre a questo ci sono tre cose che tengo a dirvi:

    1) sono stato in Nepal nel 2003 con la mtb, ed ho un'opinione diversa sull'aiuto dei portatori. Portatori e lodges sono fondamentali per lasciare qualche soldo in loco, al di là dei permessi i cui soldi finiscono nelle tasche dei burocrati. Di solito ci si appoggia ad una delle tante agenzie di Katmandù che organizzano i portatori e le guide, togliendo non solo il peso fisico dalle spalle dei turisti ma anche quello snervante dell'organizzazione. Costa di più, chiaro, ma aiuta l'economia di uno dei Paesi più poveri del mondo. Non è schiavitù, ma è un servizio che è nato da come il territorio sia impervio e tanti posti irraggiungibili se non a piedi.
    Mi rendo però conto che dove siete andati voi non c'era niente, a parte oltre l'ultimo passo quando siete finiti nel circuito trekking dell'Annapurna. Forse un cuoco e un portatore per il cibo ci sarebbero stati bene. Noi ce l'avevamo, e il té caldo al mattino quando è tutto freddo e gelato non me lo sono ancora dimenticato, anche se di base io non bevo bevande calde.

    2) La vostra guida ha fatto una scenata che fanno tanti nepalesi quando chiedono la mancia. A me è capitato pure con un barbiere a Katmandù. Niente di particolare, avete fatto bene a dire di no, lui intanto ci ha provato.

    3) Quando sono andato io in Nepal da Jomson a Beni non c'era la strada, e me la sono fatta in bici su un sentiero tutte rocce. Se aveste avuto più tempo sulla via ci sono delle terme di acqua calda, una libidine dopo 15 giorni in quota: http://tatopani.com.np/

    Questi i cessi di bici con cui eravamo in giro allora (Dalaughiri sullo sfondo):

    [​IMG]

    Foto (e esperienza) da pelle d'oca. Complimenti.

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