[Race Insider] Superenduro Sprint 1: Coggiola

[Race Insider] Superenduro Sprint 1: Coggiola

25/03/2013
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25/03/2013

Coggiola, piccolo paese di 2000 anime non è certo il posto dove trascorreresti le tue vacanze. Poche case, abbarbicate lungo la strada provinciale ed i resti di vecchi cappannoni industriali per lo più abbandonati o in disuso.

Un posto ben lontano dal sole e dalle spiagge liguri, eppure in questa sperduta località biellese i fratelli Lupato insieme alla Pro Loco hanno tracciato dei bellissimi sentieri, veramente divertenti e pieni di flow. Terra, qualche radice ogni tanto e neanche una pietra, neppure a pagarla. Curve, toboga naturali, piccoli saltini, tratti di rilancio: un vero parco giochi per bikers. Ed è proprio su questi percorsi, il luogo di allenamento dei fratelli Lupato, che si è tenuta la prima Superenduro Sprint della stagione 2013.

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Un inizio non dei migliori per il circuito, visto che dopo una settimana di caldo e bel tempo, che ha sciolto la neve ed asciugato alla perfezione i sentieri coggiolesi, il sabato sera, con la precisione di un orologio svizzero, ha cominciato a piovere.

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Le previsioni d’altronde lo avevano detto: pioggia moderata tutto il giorno, e così è stato. I bellissimi sentieri di Coggiola, tutta terra argillosa e sottobosco sono stupendi finchè è asciutto, ma quando piove intensamente, beh potete immaginarvi come possano diventare.

La mattina ci svegliamo in camper sotto il diluvio. Siamo già preparati alla pioggia, abbiamo montato le gomme da fango già dalla sera prima nonostante sabato avessimo girato sull’asciutto. Quando apriamo la porta del camper ed usciamo all’aperto però ci rendiamo conto che oltre a diluviare fa anche freddo, parecchio freddo tanto che pensiamo che su possa pure nevicare. Si prospetta una gara epica, fango fino alle ginocchia, freddo e pioggia. Un bel modo per iniziare la stagione!

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Alcuni la prendono ridendoci sopra, sapendo già a che cosa andranno in contro!

Ci vestiamo, 3-4 maglie e giacca impermeabile: c’è poco da scherzare! Protezioni addosso e casco integrale in testa per tutta la gara, almeno tengono caldo. Gomme da fango, Wetscream davanti e Swampthing dietro, entrambe 2,5 42a il massimo della scorrevolezza e della pedalabilità, ma non importa: qui l’importante è stare in piedi.

Lentamente si avvicinano le 9:30, l’ora della partenza. Scopriamo che è stata annullata la 2° speciale. La gara è stata quindi accorciata, si correrà solo sulla 1 e sulla 3. Due risalite e due speciali invece di tre. Qualcuno si lamenta, ma a mente fredda bisogna ammettere che è stata una scelta condivisibile: il problema non è la pioggia, ma il freddo. 3 ore e mezza, zuppi di acqua fino alle ossa, con 5°C di temperatura non sono il massimo.

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Alle 9,30 la gara prende il via. Scaglionati, secondo la propria tabella oraria, tutti i riders partono per il primo trasferimento. Finalmente si pedala! Almeno muovendosi ci si scalda e si patisce meno il freddo. Nonostante le gomme pesanti la salita passa velocemente: è tutto asfalto, i tempi di trasferimento sono ampi, si pedala senza fretta. Arriviamo in cima dove ci scaldiamo con un bicchiere di the caldo al ristoro (l’organizzazione della gara è stata ineccepibile, tutto il paese ha partecipato all’evento).

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La PS1 è stata leggermente modificata. L’inizio è stato spostata 50m più in basso ed ora si parte direttamente dalla strada, a picco su un muro di fango, viscidissimo ed in contropendenza. Numeri da circo anche tra i primi riders, con numerose cadute.

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L’obiettivo è stare in piedi, se superi indenne il primo tratto sei a metà dell’opera. Arriva la mia ora, mi posiziono sotto il gazebo e via, parto per la PS1. L’inizio è veramente scivoloso, cerco di rimanere in piedi, qualche zampata ogni tanto, vado veramente conservativo. Arriva il primo strappetto in salita: è impraticabile. Non ci penso due volte, salto giù a piedi ed inizio a correre sull’erba, fuori dal fango. Strada, nuovo ripido e nuovo toboga, comincio a prendere la mano con il viscido.

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Lungo tratto in piano, poi arriva il “muro della morte”: un ripido strappo in salita che ti fa scoppiare il cuore. Lo supero, ma mi rendo conto che la tattica conservativa non va bene se voglio fare un buon piazzamento. Sfruttando la carenza di ossigeno e la scarsa lucidità decido di cambiare strategia: levetta del cervello su off e giù a cannone. La tattica paga, seguo bene le linee che avevo studiato, cercando di evitare le viscide radici che ogni tanto compaiono tra le curve e via, a tutta verso la fotocellula.

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Sarò ripetitivo, ma ogni volta che gareggio in queste condizioni me ne rendo conto: sul fango bisogna solo staccare il cervello e lasciar correre!

Finita la PS si alza la sella e si parte diretti per la seconda ed ultima salita. La bici è un blocco di fango, cerchiamo la prima fontanella per dare una pulita alla trasmissione. Troviamo un tubo dell’acqua, lo attacchiamo e diamo una rapida lavata alla bici. 5-10 minuti di tempo ben spesi, perchè le rotture in queste condizioni sono all’ordine del giorno, anche in salita dove molti riders si sono ritrovati con il cambio o la catena spaccati, obbligati al ritiro visto che non si può ricevere assistenza lungo il percorso.

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Arriviamo in cima, dove stanno partendo i numeri attorno al 200. Ci fermiamo a guardare il primo pezzo di speciale, sembra un girone dantesco.

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Riders sdraiati ovunque, il percorso è ormai una trincea nel fango e seguendo il tracciato del sentiero vedi qua e là vedi bikers e biciclette, sparsi a macchia di leopardo.

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Coraggiose le temerarie ragazze del Superenduro che nonostante le condizioni estreme e qualche inevitabile caduta non si sono mai tirate indietro e si sono date battaglia fino alla fine!

“Qui è un casino: vanno tutti per terra, nessuno sta in piedi” sentiamo alla radio di un soccorritore. Partire con i numeri alti in queste condizioni è un disastro… Quello che conta è però lo spirito: i concorrenti, pur vedendo che cosa li avrebbe aspettati, partivano tutti con il sorriso, cadevano e ci ridevano sopra. Insomma sarà cresciuto il livello, ma lo spirito dell’Enduro è sempre quello di una volta!

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Inizia la PS2. Prima di partire cerco (inutilmente) di pulire la mascherina: ho sbagliato, dovevo portarne due. L’operazione di pulizia si rivela infatti poco fruttifera visto che non ho un centimetro in cui non sono pieno di fango e più che pulire la lente la sporco sempre di più. Poco importa, basta intravedere qualcosa. 3,2,1 VIA! Inizia la PS2. L’inizio non è malvagio, non c’è troppo fango: si parte a cannone in mezzo ad un prato. Alla prima staccata i freni sporchi di fango e freddi mi tradiscono, arrivo leggermente lungo, ma riesco comunque a non schiantarmi contro un albero che mi attendeva a braccia aperte.

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Sportività anche nella prime posizioni!

Arriva la seconda variante, qui inizia il bello. Fangazza a gogo, per fortuna però si è già formata una bel canale, basta metterci le ruote dentro e seguirlo, come una rotaia. Arriva quindi un muro di fango. So già che devo stare esterno, intraversare la bici e cercare l’appoggio: tutto fila alla perfezione. Ad un certo punto vedo una fettuccia: un passaggio in contropendenza sulle radici è stato chiuso (si poteva anche lasciare, visto che comunque c’era una variante più facile per chi non se la sentiva) ed ora si passa a sinistra. Non avendolo mai provato improvviso, ma arrivo leggermente largo in curva. Il terreno è smosso ed un paio di sassi cercano di farmi finire faccia a terra. Riesco ad avere la meglio e nonostante il jolly proseguo. Da qui in avanti è un’alternanza di tratti viscidissimi con tratti a buona tenuta. Devi saper leggere il terreno insomma.

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Arriva la chiesa e subito dopo il secondo “strappo della morte”. Il bello è che dalla chiesa fino alla fine della speciale devi in pratica pedalare in continuazione. Sarà 1km buono di rilancio, intervallato da alcune strette curve e tappeti di radici che devi affrontare lucido, se non vuoi cadere. Non importa, qui ci si deve dar dentro sui pedali. Mi alzo in piedi e pedalo, pedalo, pedalo. Le gomme da fango sembrano due ancore ed è come pedalare con i freni tirati. I respiri si fanno affannosi, le pulsazioni salgono. Le gambe bruciano, manca l’aria nei polmoni, ma devi pedalare. Pedali, pedali, la vista si annebbia ma tu pedali e pedali. Eviti le radici perchè hai il pilota automatico, in realtà non sai bene quello che fai. Devi dare tutto perchè la gara è quasi finita, quindi puoi arrivare al cancelletto morto. Finalmente il lungo rilancio finisce ed arrivano le ultime curve. Il pedalato è finito ma mi aspetta un mare di fango.

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Prendo bene le linee, guido piuttosto bene e veloce. Terzultima curva, penultima: è fatta, ecco il traguardo! “Ho guidato bene, ci ho dato dentro come un disperato sul pedalato, di più non potevo chiedere”. Il mio pensiero è ormai alla doccia, ad un piatto di pasta calda. Peccato però che mancasse ancora lei, inesorabile: l’ultima curva.

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Poco prima del traguardo uno stretto tornante, a 10m dalla fotocellula, pieno di fango mi aspetta. Sarà la scarsa lucidità che annebbia il giudizio, la voglia di strafare, ma decido di tagliarlo: pessima idea. Il fondo è viscido, scappa l’anteriore invece che girare vado dritto, contro un albero. Scendo, giro la bici, provo a risalire ma non riesco ad agganciare: arrivo sugli scalini con i pedali sganciati, con i piedi per eria, rischiando quasi la caduta. Come rovinare una speciale perfetta… Poteva andare peggio, ci sono stati 5-6 punti un cui sono stato in piedi per miracolo, quindi probabilmente i jolly erano finiti, fatto sta che piantarsi a pochi metri dall’arrivo ti lascia un po’ di amaro in bocca, oltre al fango che hai raccolto in speciale.

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Vabbè, la gara è finita. Lavaggio bici, doccia fredda (era finita l’acqua calda!), pasta, Coca Cola, panino e birra. Escono le prime classifiche, mi dicono che sono andato bene. Vado a vedere i risultati ed effettivamente non posso lamentarmi: un bel 33° posto assoluto, con alle spalle numerosi volti noti dell’enduro. Sono contento! Sarà merito della nuova bici? Sarà merito del preparatore atletico e dell’allenamento?

Chi lo sa, forse il segreto per una buona gara è un mix di tutte e tre le cose!

I risultati

Dominatori della gara sono stati i fratelli Lupato, sicuramente avvantaggiati dal fatto di correre sui sentieri di casa, ma che comunque si dimostrano in ottima forma per questo 2013. Primo Alex Lupato che precede il fratello Denny (entrambi FRM Factory – Lapierre) di ca 30 secondi. Staccato di 15 secondi il sanremese Manuel Ducci (Life Cycle – Ibis) che dimostra la sua bravura nel fango. Seguono Matteo Raimondi, Jacopo Orbassano, Nicola Casadei, Bruno Zanchi, Francesco Fregona, Paul Aston ed Andrea Pirazzoli.

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Sul gradino più alto del podio femminile vediamo Chiara Pastore (Santacruz – Team Cicobikes Dsb Nonsolofango) vincitrice davanti a Laura Rossin (Cannondale – Dream Team Genova) e Valentina Macheda (Ibis – Life Cycle).

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Davide Sottocornola, uno dei favoriti, si è ritirato dopo una caduta in PS1.Assente invece Andrea Bruno a causa di un infortunio (auguri di pronta guarigione da parte di tutto lo staff!) e Vittorio Gambirasio, preso da impegni lavorativi.

QUI le classsifiche complete

 

Appuntamento quindi a Sestri Levante , tra 3 settimane, sperando che la Ligura ci offra condizioni migliori e temperature più miti!