[Test] YT Jeffsy CF Comp1

[Test] YT Jeffsy CF Comp1

03/10/2016
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03/10/2016

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Quando ad inizio marzo ci siamo trovati a Punta Ala per la comparativa fra diversi modelli di trailbike, il nostro agente segreto in terra ispanica Hector Saura era da poco tornato da Madeira, dove aveva preso parte alla presentazione della Jeffsy. Le sue impressioni erano state ottime, al limite dell’entusiastico, per cui la curiosità di provare la nuova trailbike 29” di YT è stata subito alta. Nel frattempo, anche grazie alla consueta politica aggressiva in termini di prezzi, la Jeffsy è diventata una delle bici più discusse e desiderate del 2016 (vedere le 55 pagine di topic nella sezione forum).

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Ad inizio agosto ci è stata inviata la CF Comp1, allestimento immediatamente inferiore alla top di gamma CF Pro provata a suo tempo da Hector. Le due bici utilizzano il medesimo telaio in carbonio ad alto modulo, usato anche per una terza versione denominata CF Comp 2. Lo stesso telaio è poi proposto in alluminio, anche qui con tre diversi allestimenti.

La Jeffsy CF Comp1 in sintesi

Telaio: in carbonio ad alto modulo con geometrie variabili
Formato ruote: 29”
Corsa ant/post: 140/140 mm
Compatibilità con formato 650+: no
Boost posteriore: sì
Forcella boost: no
Ruote e coperture tubeless ready: sì
Portaborraccia: dedicato con borraccia da 0.5 l
Trasmissione: 1×11 (32T ant / 10-42 post)
Attacco per deragliatore: sì

Le geometrie

La tendenza verso geometrie sempre più basse ed allungate non ha risparmiato il segmento trail. Se da un lato i vantaggi sono innegabili, dall’altro angoli sterzo sempre più aperti e interassi lunghi rischiano di compromettere proprio le caratteristiche più interessanti di queste bici, cioè reattività e manovrabilità. Rischio ancora maggiore se, come nel caso della Jeffsy, si parla di formato 29”.

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Come si può vedere dalla tabella delle geometrie, in YT il problema è stato risolto lavorando su due fronti: in primis il telaio è stato dotato di un dispositivo denominato “
flip chip” grazie al quale è possibile scegliere fra due diversi assetti geometrici, uno più basso e disteso, l’altro con angoli più verticali ed una maggiore altezza da terra del movimento centrale (più avanti spiegheremo come funziona il tutto).
Il secondo fronte su cui si è lavorato è quello del rapporto fra le varie quote geometriche, dando un colpo al cerchio ed uno alla botte. Mentre l’angolo sterzo in posizione low è fra i più distesi della categoria e la quota di chainstay è relativamente abbondante, le altre quote geometriche sono infatti abbastanza in media, reach e top tube compresi. Il risultato finale è un interasse comunque piuttosto lungo, ma non estremo.

Il telaio

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Come anticipato, il telaio dell’allestimento Comp1 è interamente in carbonio ad alto modulo. La linea filante richiama quella della sorella maggiore Capra, con la quale condivide anche lo schema della sospensione posteriore, un quadrilatero con giunto Horst. La colorazione “snow white/rawr” della bici in test è forse un po’ anonima, ma la Comp1 è disponibile anche in un più accattivante ed elegante “rawr/jet black” (in sostanza tutta nera).

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La biella di rinvio, infulcrata sul seat tube, è generosamente dimensionata ma ben integrata all’interno dei foderi superiori. Gli stessi foderi si connettono poi direttamente all’ammortizzatore, che ne prosegue idealmente la linea andandosi ad ancorare anteriormente all’obliquo. Lo spazio al di sotto dell’ammortizzatore è ampio a sufficienza per ospitare un portaborraccia dedicato con relativa borraccia da mezzo litro. Il top tube fortemente inclinato tiene bassa la quota di standover, ma al contempo costringe ad adottare un ponticello di collegamento con il seat tube per evitarne un eccessivo svettamento.

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Il carro è compatto in senso verticale, con i foderi inferiori e superiori che formano un angolo piuttosto chiuso. Per ovviare a potenziali problemi di rigidità determinati da questo design, anche qui si è ricorsi a dimensionamenti generosi, in particolare nella zona a ridosso del giunto Horst e della pinza freno.

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Ben mimetizzato a ridosso del movimento centrale è inoltre presente un massiccio ponticello di irrigidimento che collega i due foderi inferiori.

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Le protezioni, tutte di tipo integrato, sono presenti in abbondanza e posizionate con cura. In materiale plastico le troviamo sotto l’obliquo, come batticatena (lato interno del fodero compreso) ed internamente al fodero superiore lato catena.

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Ulteriori protezioni metalliche proteggono la scatola del movimento centrale da eventuali cadute catena, il chainstay da possibili risucchi e la parte terminale dello stesso chainstay dalla seppur remota possibilità che la catena caschi dal pignone più piccolo.

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L’utilizzo di fascette su alcuni punti di fissaggio dei cavi si fa perdonare con una cura del routing impeccabile dal punto di vista funzionale: passaggio del tubo freno totalmente esterno e percorso molto lineare per il cavo cambio posteriore, nonostante il routing interno. Il risultato è una cambiata superfluida e molto precisa.

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Nonostante il carro boost, la luce fra i foderi non permette il passaggio di ruote in formato 27.5 plus. Se da un lato si tratta di una limitazione rispetto ai sempre più numerosi telai che invece offrono questa possibilità, dall’altro non si è costretti a compromessi dal punto di vista geometrico (in particolare con l’altezza del movimento centrale).
Quello della Jeffsy potrebbe non essere il telaio in carbonio più leggero in circolazione (il dato non lo conosciamo), ma l’impressione di solidità che trasmette è decisamente consistente. Insomma, buone notizie per chi ha sempre creduto che un telaio ben fatto e curato nei particolari debba costare quanto una Jeffsy intera:  cura dei dettagli e  qualità costruttiva a livelli molto alti non fanno invidiare prodotti tradizionalmente ritenuti “top”. La mancanza dell’attacco ISCG è l’unico appunto che si può muovere.

Il Flip Chip

Flip Chip è il nome dato al meccanismo che permette di impostare due diversi assetti geometrici. Il tutto consiste in una piastrina con un foro decentrato, alloggiata nei foderi superiori, che consente di variare di qualche millimetro la posizione del perno di fissaggio dell’ammortizzatore; in altre parole è come poter variare l’interasse dell’ammortizzatore, ottenendo così un assetto della bici più o meno “seduto”.

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Il passaggio da una posizione all’altra è fattibile anche sul campo: le due piastrine (una per lato) vanno rimosse, ruotate di 180° e reinserite nella nuova posizione. Per evitare che, agendo su un solo lato, ruotino sia il perno che il bullone di fissaggio sul lato opposto, sono però necessarie due chiavi esagonali. Le scritte che indicano in quale posizione ci si trova non sono però molto chiare. Nella foto che vedete qua sopra, ad esempio, la bici è in assetto low, cosa che richiede un certo sforzo di fantasia per dedurlo dalle indicazioni.

Le sospensioni

Forcella ed ammortizzatore sono entrambi di casa Rock Shox, rispettivamente una Pike RCT3 ed un Monarch High Volume RT3.
Sulla prima non c’è molto da dire, essendo una delle forcelle più diffuse e testate. Sulla bici in test ci è stata mandata con due token inseriti ed un terzo token a parte. Tempo un’uscita abbiamo montato anche quest’ultimo, ed in caso di utilizzo discesistico aggressivo ce ne potrebbe anche stare un quarto.
Il Monarch High Volume RT3 montava 4 air spacer su un totale ammesso di 7. Rispetto alla configurazione da noi provata è quindi possibile lavorare sulla progressività sia in un senso che nell’altro. Dopo qualche esperimento abbiamo trovato il giusto compromesso con un valore di sag compreso fra il 25 ed il 30%, misurato da seduti con la sella ad altezza manubrio (circa il 5% in meno se misurato in piedi sui pedali in posizione di discesa). Per un peso del rider di circa 75 kg questo significa dover caricare poco meno di 150 psi, un valore abbastanza contenuto a tutto vantaggio dello stress sulle tenute. I più smanettoni in discesa potrebbero sentire la necessità di adottare un sag leggermente maggiore, preventivando però in quel caso di aggiungere degli spacer per dare maggiore progressività. Spacer supplementari che non sono stati forniti e che quindi andrebbero procurati a parte.

Il Montaggio

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Come consuetudine per le case che vendono direttamente on-line, anche nel caso della Jeffsy CF Comp1 troviamo un montaggio di ottimo livello in rapporto al prezzo. Vediamo di seguito i componenti meritevoli di qualche approfondimento.

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Il DNA discesistico di YT emerge anche nella scelta della rapportatura. La monocorona da 32 denti con pacco pignoni 10-42 su una 29” da 13 kg di peso è infatti una rapportatura discretamente impegnativa in ottica trail, ma ottimale per assecondare il potenziale discesistico del mezzo. Il telaio è comunque predisposto anche per il montaggio di deragliatori E-Type front-pull, e l’allestimento denominato CF Comp 2 è sostanzialmente la versione con doppia della CF Comp 1.

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La scelta di freni, trasmissione e reggisella telescopico della stessa “famiglia” permette il raggruppamento dei comandi su di un unico collarino e perciò una perfetta disposizione ergonomica. A voler spaccare il capello in quattro l’assenza del comando deragliatore permetterebbe il posizionamento del comando del reverb sotto la piega, più comodo rispetto alla posizione “standard” al di sopra di essa. Qualche problema di feeling con le manopole Race Face per via del rialzo su entrambi i bordi, ma è una questione personale dettata dall’abitudine ad impugnarle piuttosto esternamente. Questo è in ogni caso il motivo per cui nelle foto vedete montate delle manopole diverse.

La misura dello stem è differenziata in funzione della taglia: 50 mm per S/M, 60 mm su L/XL. Essendo la bici in test una L, abbiamo perciò trovato uno stem da 60 mm montato su 1.5 cm di spacer. Ciò determina una posizione che risulta essere un po’ “alta ed allungata” se, come nel mio caso, si è abituati all’esatto opposto. Avendo a disposizione lo stesso stem in misura da 50 mm – quindi come presente sulle taglie inferiori – l’abbiamo montato lasciando al contempo solamente 5 mm di rialzo sotto di esso. Ne risulta una posizione migliore dal punto di vista del controllo in discesa, più aggressiva e tutto sommato poco o nulla penalizzante in salita. La piega da 760 mm non può essere definita stretta, ma quando ci si abitua a misure più larghe è sempre difficile tornare indietro, specie se una bici invoglia a spingere in discesa come nel caso della Jeffsy. Insomma, non prendetela come una critica al montaggio, ma, se questa fosse la mia bici, monterei una piega di un paio di cm più larga.

Dato che le ruote DT Swiss M1700 Spline, al pari delle coperture Onza Ibex da 2.4”, sono tubeless ready, abbiamo optato per togliere le camere d’aria trasformando il tutto in tubeless. Le valvole non sono però in dotazione (o quantomeno a noi non le hanno mandate). Onza dichiara per questa versione delle Ibex un peso di 880 g, una trentina in meno di quelli da noi rilevati. Si tratta quindi di coperture dalla struttura più che adeguata alla tipologia di bici, molto valide anche dal punto di vista della tenuta.

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Non avevo mai avuto la possibilità di provare a fondo i Guide RSC, qui montati con dischi da 200 e 180 mm, e devo dire che sono stati una piacevole sorpresa. Potenti al punto giusto, resistenti alla fatica e soprattutto ben modulabili.

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Salita

Sintetizzando in poche parole il feeling trasmesso dalla Jeffsy sullo scorrevole, si potrebbe dire che si sale bene ma non si vola. Non trasmette infatti quella sensazione di leggerezza e reattività che invece si riscontra sulle trailbike maggiormente votate alla salita. Un comportamento tutto sommato prevedibile, determinato dalla scelta di non scendere a compromessi sul fronte del montaggio e della struttura del telaio, evitando soluzioni che presenterebbero poi il conto in discesa. Il peso globale – seppure in rapporto al prezzo non ci si possa lamentare – non è infatti da record. Anche per quanto riguarda ruote e pneumatici non sono state cercate scappatoie, quindi niente set dal peso piuma o coperture con pesi e tassellature da gran fondo. Ciò detto, salendo senza la pretesa di strafare, si apprezza la comoda posizione in sella; solamente sul molto ripido ci si sente un filo seduti quando la bici è settata low (ricordiamo che anche l’angolo sella si chiude rispetto alla posizione high). Niente da ridire neppure sul lavoro del Monarch, che in lock annulla efficacemente le oscillazioni del carro, molto contenute anche in fuorisella.

Se sulle salite lisce e filanti la Jeffsy se la cava ma non eccelle, sul tecnico ha invece riservato delle belle sorprese. Già in assetto low si apprezza infatti la facilità e precisione con cui l’avantreno mantiene la direzionalità, consentendo di destreggiarsi agevolmente anche quando la salita è ripida e tortuosa. Nel superamento degli ostacoli il comportamento è altrettanto buono, non si avvertono fenomeni di pedal kickback e la luce da terra (circa 340 mm) consente un sufficiente margine di sicurezza. Unica accortezza richiesta, oltre un certo valore di pendenza, è quella di ricorrere alla posizione lock dell’ammo. Va da sé che in assetto high le cose migliorano ulteriormente, soprattutto per la possibilità di utilizzare la frenatura intermedia dell’ammo anche sul ripido, ottenendo maggiore trazione. Se ne guadagna in termini di confort, ma soprattutto si riesce a mantenere una pedalata più rotonda e costante, quindi meno faticosa.

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Discesa

Quando la ruota anteriore punta verso il basso emerge chiaramente come la Jeffsy sia stata concepita con un occhio di riguardo alle prestazioni discesistiche. Trovarle un punto debole in questo ambito è veramente difficile, ma se proprio si volesse cercare il pelo nell’uovo si potrebbe dire che alcune concorrenti sono più agili e reattive. Anche qui bisogna però rimarcare che è un comportamento in un certo senso voluto, o quantomeno l’inevitabile rovescio della medaglia per delle geometrie ben aperte e distese, angolo sterzo in primis. Ciò non toglie che, settando il Flip Chip in posizione high, questa attitudine può essere mitigata. Ne vale la pena? Tutto sommato no, perchè collateralmente il movimento centrale si alza di circa 8 mm.

Andiamo ora più nel dettaglio delle situazioni discesistiche, cominciando con lo scorrevole e guidato: la Jeffsy è un autentico missile, sorprendente sia per la capacità di prendere velocità che per la precisione con cui mantiene le linee. Quelle scelte che la penalizzano leggermente in salita qui si mostrano vincenti, tanto che, finchè il fondo non diventa estremamente rotto, le prestazioni sono equiparabili a quelle di un modello da enduro. Affrontare sezioni ripide e scavate con una sensazione di totale sicurezza e controllo non è cosa consentita a tutte le trailbike. Con la Jeffsy questo è possibile, anche grazie all’avantreno rigido e preciso. La sospensione posteriore è perfettamente calibrata per la tipologia di bici, sensibile alle piccole asperità, mai nervosa e capace di incassare in modo progressivo i grossi urti, drop compresi. Il Monarch lavora bene, ma la Jeffsy non è una bici che spinge a tirare i freni, neppure sullo scassato. E’ quindi è abbastanza facile mandarlo in sovratemperatura, e spesso abbiamo sentito il desiderio di un’unità dalla maggiore vocazione discesistica.  Se la Jeffsy se la cava alla grande sui tracciati classificabili come enduro, resta il fatto che una trailbike di questo tipo è spesso la scelta di chi affronta lunghi tour alpini con discese di un certo impegno. Anche in questo ambito la Jeffsy non tradisce, soprattutto per l’alto limite di ribaltamento determinato dall’angolo sterzo aperto e dalle ruote da 29”. Le sezioni supertortuose richiedono invece un po’ di impegno, fermo restando che spesso il problema è aggirabile scegliendo linee più ripide e dirette rispetto ad altre trailbike.

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Conclusioni

Se quel che cercate è un mezzo con cui salire a razzo con un po’ più di confort e sicurezza in discesa rispetto alla vostra vecchia full da xc o da marathon, con la Jeffsy potreste restare delusi. Se invece siete alla ricerca di una trailbike dal grande potenziale discesistico, che vi permetta tanto di spingere quanto di affrontare terreni molto impegnativi, allora questa è una delle migliori opzioni attualmente disponibili. Per rendere l’idea in modo ancor più concreto: nella comparativa fra trailbike 29” di inizio anno la Jeffsy sarebbe risultata discreta sulla salita scorrevole, molto buona sulla salita tecnica ed una seria pretendente alla vittoria in discesa.

Peso e prezzo

Peso rilevato (tg. L con camere d’aria): 13.08 kg
Prezzo: 3,599.00 Euro (attualmente scontata a 2,999.00 Euro)

YT Industries.com

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