Il segreto dell’eterna gioventù (Alba al Picco di Vallandro)

Il segreto dell’eterna gioventù (Alba al Picco di Vallandro)

17/03/2013
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17/03/2013

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Certo i segni sono inequivocabili. La vista non è più quella di una volta, ne da vicino ne da lontano. Anche l’udito non è più perfetto. I capelli cadono. I peli invece crescono molto più di una volta, e dove non sono mai cresciuti: nel naso, nelle orecchie, le sopraciglia si allungano anche loro. Io intanto, al contrario dei peli, mi sono anche già accorciato: una volta ero alto 178 cm, adesso sono poco più di 176. La prostata? C’è poco da fare, dopo i 50 è quasi impossibile che funzioni alla perfezione e di notte devo alzarmi almeno una volta per andare in bagno. Insomma c’è poco da fare: il corpo sta invecchiando! “Da tempo non accumulo scorte, consumo le cose sul posto, come la vita. Dopo i cinquanta, se uno non è proprio tonto, sa che la vita va mangiata direttamente dall’albero, non va raccolta in ceste per farne provvista. Dopo i cinquanta, il tempo si mette a correre, accelera. La velocità fa perdere i pezzi per strada: cadono capelli, denti. La vista diminuisce, i più sfigati diventano impotenti. Le ossa cigolano, la schiena scricchiola come una vecchia gerla stretta fra le ginocchia. Il recupero dopo una sbronza richiede tre giorni, per non parlare di altri recuperi. E’ una tristezza. Si tira avanti, allora, con l’accortezza di non fare deposito, di non mettere la vita in banca sperando di ritirarla con gli interessi”*
Per fortuna che oltre al corpo c’è anche lo spirito. E lo spirito sembra quello di un ventenne. “Era già avanti con gli anni ma pareva che fosse riuscito, per qualche misteriosa magia, a separare il tempo dalla sua struttura fisica, come se al bivio lontano della gioventù egli avesse perentoriamente ordinato agli anni di imboccare una direzione, mentre lui e il suo corpo prendevano quella opposta.”*
La voglia di vivere, di conoscere, di scoprire posti nuovi è rimasta immutata in tutti questi anni. Anzi è aumentata. E oltre a questa, un’altra cosa è cresciuta con il tempo: la resistenza. Come i maratoneti: difficile correre ed eccellere nella maratona da giovani, invece con l’età il fisico aumenta la resistenza. Certo, la mia fortuna è che mi sono sempre tenuto allenato praticando tantissimi sport, cominciando a sciare a 3 anni e poi tennis, baseball, windsurf, snowboard, sci di fondo, nordik walking, ciclismo e altri minori, il tutto condito con un po’ di palestra. E oltre ad essermi divertito, adesso ne raccolgo gli interessi: il corpo è ancora forte ma quel che conta è supportato dalla testa, che mi spinge sempre avanti e mi ordina di non mollare. Mai.
Eccomi allora pronto a partire per un’altra dei miei sogni, raggiungere il Picco di Vallandro, con i suoi 2839 metri forse la cima più alta delle Dolomiti che si possa raggiungere in bici. Certo, con la bici in spalla, ma l’importante è che il sentiero per la discesa sia ciclabile, e possibilmente anche divertente. Naturalmente, per rendere l’impresa ancora più particolare, la cima va raggiunta all’alba, sia per poter fare delle belle foto con la luce mattutina, sia perché di giorno questa montagna è meta di numerosissimi escursionisti che non mi farebbero godere al massimo la discesa.
Parto allora da Villabassa quando è ancora notte fonda e arrivo ai 2000 metri di Prato Piazza con le prime luci dell’aurora. La Croda Rossa di Braies (solo chi la vede a quest’ora sa perché si chiama cosi!) è illuminata dai primi raggi del sole.

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Da qui in avanti non si pedala praticamente più, bici in spalla per 800 metri di dislivello e tanta pazienza.

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Per fortuna la dura salita è allietata dallo spettacolo naturale delle Dolomiti che cambiano colore con il passare dei minuti.

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Continuo a salire, sotto di me Prato Piazza e in lontananza il gruppo del Cristallo, dietro c’è Cortina.

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E’ ormai un’ora che salgo, poggio un attimo la bici e mi concedo due minuti per una banana, intanto la Croda Rossa è quasi completamente al sole.

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Avevo calcolato di metterci due ore ad arrivare in cima a piedi, ma si vede che l’aria frizzantina dell’alba unita alla voglia di scoprire questo angolo di mondo mi ha messo le ali ai piedi e in 1h e 45m sono in cima.

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Ammiro lo splendido panorama mentre mi cambio, ma cerco di fare il più in fretta possibile perché il sole, anche se sorto da poco, sta già scaldando e l’umidità si sta accumulando intorno alle cime.

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Riparto e autoscatto una foto diventata ormai famosa, quasi foto dell’anno.

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E adesso giù, è l’ora di godersi la meritata e tanto attesa discesa.

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Salendo mi sono studiato con calma tutti i punti più critici, ma quassù in alto, sopra i 2800 metri, il sentiero non è segnato e si scende in picchiata libera.

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Laggiù in fondo, in mezzo alla nebbia che si sta alzando, ecco il fondovalle pusterese, 1700 metri più in basso.

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Adesso il sentiero scende con larghi tornanti sul ghiaione un po’ smosso

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Poi un tratto ripido e esposto, ci sono due dischi infuocati nel cielo, uno è il sole e uno quello del freno anteriore messo a dura prova dalla pendenza

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Il sentiero è bellissimo, completamente ciclabile a patto di avere una discreta tecnica e una bici con buone escursioni.

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Mi fermo un attimo, guardo al Croda Rossa che ha cambiato completamente aspetto, con l’umidità del mattino che si condensa intorno alla cima.

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Poche volte mi è capitato di trovare un sentiero a due facce cosi opposte, tutto a spalla in salita e tutto ciclabile in discesa.
Arrivo nella parte finale della discesa, qui ricomincia a crescere l’erba e l’altopiano di Prato Piazza adesso è illuminato dal sole.

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Incrocio i primi escursionisti che cominciano a salire verso la cima, ma io mi sono ormai goduto la discesa in santa pace, un ultimo ripidone sui prati in fiore

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e sono ai 2000 metri del rifugio, adesso mi aspetta ancora una bella discesa fino a fondovalle, ma quello che mi interessava per oggi ormai è fatto, arrivare su una delle cime più alte delle dolomiti che si possano conquistare in bici, godersi lo splendido panorama e divertirsi sul fantastico anche se impegnativo sentiero che scende dalla cima.
Che la bici sia il segreto dell’eterna gioventù?

*cit. Mauro Corona