In MTB nel Wild West, fra grizzly e cercatori d’oro. Parte 1

In MTB nel Wild West, fra grizzly e cercatori d’oro. Parte 1

18/09/2011
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18/09/2011

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Green Lake, Whistler: alle 8 di mattina carichiamo le nostre bici sull’idrovolante

Era da anni che sognavo di un itinerario nei Chilcotins, una regione montuosa a circa 5 ore di macchina a nord di Vancouver. Me ne avevano parlato in tanti, il primo fu Wade Simmons, che aveva già organizzato l’escursione che poi però annullammo per cattivo tempo. Quest’anno, complice un viaggio a Whistler grazie a Trek che presentava due nuove bici, non mi sono lasciato sfuggire l’occasione ed insieme a Renè Wildhaber e a Ross Schnell, entrambi pro rider sponsorizzati da Trek e Sram (fra gli altri), abbiamo deciso di provare l’avventura.

Ross (sx) e Renè provano l’interfono in aereo. Senza cuffie il rumore del motore è assordante.

Si tratta proprio di un’avventura, anche se comincia con uno shuttle di lusso come può essere un’idrovolante, l’unico mezzo motorizzato in grado di portarci in 40 minuti da Whistler al Lorna Lake, lontano da ogni dove. Una volta che l’aereo ci ha sbarcati, siamo in mano solo a noi stessi, senza possibilità di usare cellulari o radio o qualche altro mezzo di comunicazione che non sia un telefono satellitare – che non abbiamo.

L’idrovolante ha esattamente 50 anni: tutto manuale. Roba da sentirsi dei Saint-Exupery del 21 secolo

Randy, il nostro pilota per il volo di andata. Oggi è il suo ultimo giorno da pilota. Un asso dell’aria.

Il volo è spettacolare, complice anche il meteo perfetto che si è stabilimente insiediato in questo angolo di mondo da due settimane a questa parte. Decolliamo dal Green Lake, presso Whistler, e ci troviamo in men che non si dica a sorvolare monti, boschi, laghi e ghiacciai. Il tutto il più vicino possibile alle creste, in quanto al mattino la termica non disturba il volo, a quanto dice il nostro pilota Randy. Sembra quasi di toccare certe cime, vediamo anche dei camosci che non si fanno spaventare più di tanto dal rumore del nostro aereo.

Sembravo un turista giapponese durante questo volo tante sono le foto che ho scattato dal finestrino.

Voliamo per 40 minuti, l’ultima ombra di civilizzazione che vediamo è il paesino di Pemberton, poi sprofondiamo nel nulla del Wild West canadese.

“Quello è il Lorna Lake”, dice Randy nell’interfono. La nostra pista di atterraggio, insomma, posta fra due bei montagnoni. Ancora completamente in ombra, ma già da innamorarsene così, a prima vista. Sono tutto impegnato a scattare foto durante l’atterraggio che neanche mi accorgo che abbiamo già toccato acqua. Randy sorride sotto i baffi, quando ammetto che non mi sono neanche accorto dell’atterraggio. Penso che non ci sia complimento migliore per un pilota, anche se il mio altro non era che una constatazione che solo dopo capisco essere un elogio.

Il Lorna Lake, il punto di partenza della nostra avventura.

Attracchiamo all’unico molo presente nel lago, dove un personaggio imbaccucato come in pieno inverno tiene fermo l’aereo mentre noi scarichiamo le bici e gli zaini. È un cercatore d’oro, un “prospector”, come si dice da queste parti, ed è qui da un paio di giorni. Ci indica con il dito dove andrà a cercare la sua fortuna nei prossimi giorni, ai piedi di un ghiacciaio. “11 km a piedi”, ci confida non senza un po’ di stanchezza nello sguardo. L’ultima volta che qualcuno ha cercato oro laggiù è stato negli anni 70. “Vale la pena andarci a dare un’occhiata dopo 40 anni”, ci dice e torna al suo campo, dove un fuoco ancora acceso dalla scorsa notte e dei sacchi del cibo appesi agli alberi ci ricordano che ci troviamo in un posto dove l’ultimo anello della catena alimentare non è l’uomo.

Renè passa una delle Trek Slash nuove di zecca a Ross

Come avrete notato dalle foto, siamo in giro in tre: io, uno svizzero e un americano. Nessuna guida. Abbiamo deciso di non volerla per poter vivere l’avventura fino in fondo e sopratutto perchè il nostro amico e fotografo Sterling Lorence ieri sera ci ha dedicato due ore del suo tempo a spiegarci per filo e per segno come trovare i sentieri giusti, dato che qui i cartelli sono cosa rara e non ci sono segnavia in stile alpino. Abbiamo comprato una cartina sulla quale Sterl ha segnato il percorso insieme a tre righe premonitrici “Sterl told you to hire a guide!”

Appena Randy è decollato dal Lorna Lake con le nostre vettovaglie e i sacchi a pelo che depositerà presso lo Spruce Lake, dove dovremmo arrivare stasera, ci accorgiamo che Renè ha scaricato uno zaino di troppo: 4 zaini per 3 persone. Nessuno dice niente, tutti e tre guardiamo lo zaino indesiderato e pensiamo ad una soluzione, che non c’è, visto che contiene il sacco a pelo e il ricambio di Renè. L’unica è sgropparselo per le previste 8 ore di pedalata su e giù per i monti. “Colpa mia, me lo porto io”, dice subito Renè. Inutile proporgli di fare cambio ogni tanto. Il plurivincitore della Megavalanche non ne vuole sapere e pretende di espiare le sue colpe da solo.

La salita al Lorna Pass, la prima delle 3 salite della giornata.

Come lo spirito di Obi Wan Kenobi mi sento sorvegliato da quello di Sterl quando manchiamo il primo bivio e dobbiamo tornare indietro di circa 500 metri per riprendere la retta via. Guadiamo un torrente e cominciamo a salire verso il Lorna Pass. Intorno a noi tanti alberi (quelli marroni nella foto qui sopra) sono morti a causa del Pine Beetle, una piaga che colpisce il British Columbia ormai da anni. Fa un po’ di tristezza vedere tanti begli alberi distrutti a causa di un insetto che non muore perchè gli inverni non sono più così freddi come una volta.

Il sentiero si fa ripido, cominciamo a spingere le nostre bici ed usciamo dal bosco. Presto incontriamo dei rimasugli di neve, dopo l’inverno più nevoso degli ultimi decenni, infatti, solo nell’ultimo mese i passi sono diventati transitabili con i piedi asciutti. A proposito di piedi, nella neve vediamo delle belle impronte di un grosso abitante della foresta che siamo contenti di non dover incontrare troppo da vicino.

Grizzly in settimana bianca

Dal passo il panorama spazia da qui all’infinito, praticamente nel nulla, se si eccettua quel bel sentiero in discesa che non vediamo l’ora di mettere sotto le ruote. Tutti i sentieri di questo itinerario sono praticamente privi di sassi, polverosi per la mancanza di precipitazioni delle ultime settimane, quasi sabbiosi. Insomma, perfetti per essere pedalati, laddove non sono troppo ripidi. Sono stati costruiti sopratutto per chi va a cavallo. Siamo nel Wild West, si va quindi a cavallo, come nei film che tutti conosciamo. Solo negli ultimi anni si sono cominciate a vedere biciclette qui intorno.

Al Lorna Pass

Come ci era stato detto da Sterl, la discesa è una libidine, molto flow e con qualche bella curva in velocità. Ritorniamo nella foresta, lasciamo Ross davanti, dato che è dotato di un bel campanellino che fa continuamente risuonare nella quiete nel bosco per evitare di trovarci un orso sul sentiero dietro una curva cieca. Non abbiamo nè un’arma nè dello spray al pepe, nel caso ne incontrassimo uno con cattive intenzioni. Come dicono i locals qui, se un grizzly decide di attaccarti, allora decide di attaccarti. L’unica è fare più rumore possibile, per evitare incontri ravvicinati.

Renè e Ross in formazione

Ci troviamo nel fondovalle a macinare chilometri piu o meno piani di fianco ad un bel torrente. È una sensazione fantastica pedalare solo su sentiero per decine e decine di chilometri, ti fa sentire un vero mountainbiker. Non so come spiegarmi, è una cosa forse un po’ Zen.

… e va avanti così per decine di chilometri!

Ogni cosa bella finisce. In questo caso non il sentiero, che continuerebbe comodo nel fondovalle, ma la pianura. Infatti il primo cartello della giornata indica inesorabilmente che dobbiamo ricominciare a salire. Deer Pass si chiama la nostra croce, 700 metri di dislivello per la maggior parte impedalabili in quanto troppo ripidi.

Se avessimo avuto dei cavalli avremmo tenuto i piedi asciutti.

Cartello molto ecologico

La ricompensa, anche in questo caso, è una discesa da mille e una notte su un sentiero che sembra essere stato costruito per i mountain bikers. Ah già, anche qui non c’è anima viva in giro. O perlomeno non vediamo nessuno, anche se la quantità industriale di cacca di orso sul trail ci fa sentire osservati… surfate il sentiero con noi guardando queste foto:

Deer Pass con scia polverosa

Grande cornice di neve sullo sfondo – siamo a 2200 metri di quota

Sullo sfondo il Coastal Range. L’Oceano Pacifico non è così lontano

Il richiamo della foresta

Arriviamo sul fondo di un’altra valle e cominciamo a pedalare in piano, convinti che non manchi più tanto allo Spruce Lake. La stanchezza comincia a farsi sentire, attutita dalla grandiosa natura che ci circonda e dalla magnifica pedalata di circa 20 chilometri che, passando per due laghi bucolici, ci porta al bivio dell’ultima salita della giornata, quella verso il nostro campo.


Siamo ormai in giro da 8 ore. Io ho finito l’acqua, riempio la sacca idrica presso un ruscello pregando che nessun animale ci abbia fatto i bisognini dentro e mi rinfresco come posso. Renè non parla più, il peso dei due zaini stronca anche un cavallo come lui. Ross continua a provare a pedalare le rampe più ripide, quando però vede che la salita allo Spruce Lake sembra non voler finire mai si arrende anche lui. Non siamo sicuri di riuscire ad arrivarci prima che faccia buio, e siamo un po’ preoccupati dato che l’unico con una luce decente è Renè con il suo frontalino Petzl. Per risparmiare peso, visto che mi scarrozzo l’amabaradàn fotografico, io non ne sono munito, e Ross ha una lampadina da lettura, di quelle che si usano in aereo attaccandole al libro con la presa a mo’ di molletta della biancheria.

Malgrado la stanchezza, ce la facciamo ad arrivare al lago prima del calare del sole. Cerchiamo subito legna e accendiamo un fuoco. Abbiamo infatti tre bisteccone “T-Bone” nella borsa frigo che Randy ha cautamente riposto in uno dei contenitori antiorso presenti vicino al lago. Una bella brace è quello che ci vuole per placare la nostra fame, anche se la prima cosa che facciamo appena vediamo la sacca delle vettovaglie è divorare un sacchetto magnum di patatine per rifarci del sale che abbiamo sudato oggi.

Come dei veri cowboys

[Continua qui…]

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