Montanus nel deserto dello Utah

Montanus nel deserto dello Utah

17/03/2016
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17/03/2016

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A volte ripenso a quando da ragazzo tornavo in tutta fretta da scuola per salire, insieme al capitano Kirk, a bordo dell’astronave Enterprise “diretta all’esplorazione di strani, nuovi mondi, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare laddove nessun uomo è mai giunto prima.” Erano gli anni in cui si cresceva a pane, Nutella e avventura. L’avventura era nei telefilm, nei fumetti, nei cartoni animati, nel Camel Trophy e soprattutto negli occhi di noi ragazzi che ci affacciavamo al mondo con curiosità. Già, la curiosità, antipasto dell’esplorazione, quell’istinto che ha mosso l’uomo verso piccole scoperte personali o grandi conquiste per l’umanità. Erano i tempi in cui, a bordo della nostra Graziella, iniziavamo a esplorare il mondo oltre il cortile di casa. Sulla scia di quell’esperienza dai colori ingialliti e dal forte odore di naftalina c’eravamo ritrovati a sorvolare l’Oceano Atlantico, diretti nel deserto dello Utah.

Avevamo preparato le bici in assetto bikepacking per percorrere il White Rim, un loop di 158 km all’interno del Canyonlands, una zona a ovest delle Rocky Mountains caratterizzata da incredibili canyon e scenari remoti. Un immenso anfiteatro preistorico che ci apprestavamo a esplorare in totale autosufficienza, portando con noi il minimo indispensabile: tenda, sacco a pelo, acqua e viveri per 3 giorni.

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Giorno 1

Durante la notte era imperversata una bufera di neve che aveva ricoperto la parte alta della mesa regalandoci quella che sarebbe stata la nostra più bella esperienza, a metà tra l’epico e il surreale.

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Alle 9 di mattina di quel freddo 11 Novembre, montiamo in sella e prendiamo la Shafer Trail, una strada in terra battuta, ma dal 1917 già sentiero per cavalli tracciato dall’intraprendente Sog Shafer, allevatore di bestiame. Quella strada ci avrebbe portato, dopo un drastico abbassamento di quota, sull’altopiano del White Rim.

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Dal manto di neve ancora immacolato intuiamo che siamo i primi a passare di lì e saremmo rimasti anche gli unici per i giorni successivi. (In seguito avremmo scoperto che l’accesso all’area era stato vietato a causa della presenza di ghiaccio sulle rampe). Non appena la strada si apre sul panorama, l’istinto di guardare oltre ci spinge su una roccia enorme che sembra galleggiare nel vuoto tanto è lontana la depressione sottostante.

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Assaliti da un alternarsi di emozioni e sensazioni miste a vertigini, ci aggrappiamo al manubrio in cerca di un appiglio sicuro, mentre lo sguardo si perde in lontananza. Il primo vero faccia a faccia con l’immensità. Puro sbigottimento e silenzio. Attoniti cerchiamo di definire quell’orizzonte circondato da millenarie cattedrali d’arenaria rossa dentro cui si perde la nostra rotta. Riprendiamo la marcia, mentre il tortuoso budello che scende a imbuto ci risucchia verso l’altopiano in una serie di tornanti resi infidi dal fondo ghiacciato. C’è qualcosa di dantesco in questa discesa agli Inferi.

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Arrivati a valle veniamo colti da un senso di vertigine orizzontale che azzera e poi moltiplica ogni percezione. L’immane vastità acceca la vista, satura le rètine, la mente fatica a delineare i picchi innevati delle Rocky Mountains, che s’innalzano a sfiorare i 4000 metri per poi precipitare dentro canyon dalla profondità abissale. Dopo alcune miglia percorse ad andatura sostenuta, arriviamo in un punto in cui si intravede il fiume Colorado. Ci sdraiamo di petto sul bordo del canyon.

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Sotto di noi scorre lento e maestoso nella sua incessante opera erosiva. La giornata trascorre in un alternarsi di miglia e soste contemplative.

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Come due bambini in un negozio di caramelle, posiamo gli occhi ovunque e vorremmo portarci a casa tutto. Le nostre ombre cominciano a perdere intensità. Decidiamo quindi di montare il campo in un’area molto ampia, dal fondo roccioso e piuttosto pianeggiante.

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Procediamo a zig zag tra un’infinità di pozze d’acqua piovana, residuo del giorno prima (siamo 500 metri più in basso rispetto alla parte innevata). Montiamo la tenda, mettiamo sotto i denti qualcosa, indossiamo abbigliamento asciutto e ci infiliamo nei sacchi a pelo. È notte e ci concediamo il lusso di rivivere la giornata attraverso le foto scattate, per setacciare il sogno dalla realtà. Freddo e stanchezza cominciano a farsi sentire, ma prima di prendere sonno mettiamo la testa fuori dalla tenda, alziamo lo sguardo al cielo e stavolta siamo sul serio in viaggio con Kirk.

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Giorno 2

Il mattino seguente, la brina che ricopre tenda e bici ci conferma la nottata rigida appena trascorsa: avevamo dovuto indossare il piumino nonostante i sacchi a pelo da -10°.

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Dopo un’abbondante colazione, riorganizziamo il tutto e ci mettiamo in marcia in direzione White Crack, la zona più a sud del loop. La strada alterna tratti rocciosi con altri in terra rossa battuta e sabbia finissima. In queste condizioni di carico e di terreno, a volte compatto a volte smosso, le gomme da 3” sono risultate una scelta azzeccata.

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La giornata trascorre in un susseguirsi di spettacolari paesaggi. Miglia dopo miglia si alternano canyon e formazioni torriformi, sembra di sbirciare tra le pieghe terrestri come tra le pagine di un album di famiglia vecchio milioni di anni. In lontananza ci pare di avvistare lo skyline di una metropoli. Non può essere, è un miraggio! Avanziamo e ci lasciamo scivolare di fianco la bizzarra Manatthan in pietra.

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Raggiunto e superato l’ennesimo canyon, ci si apre davanti una vallata rocciosa delineata da pinnacoli enormi che ne accompagnano la frattura fin verso il Colorado River. In seguito avremmo scoperto che si trattava della zona più suggestiva del White Rim, il Monument Basin, così suggestiva da toglierci il respiro come neanche i 158km dell’intero White Rim riusciranno a fare.

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Seduti sul bordo di quel canyon rimaniamo per un po’ a studiare quella incredibile architettura. Superato il White Crack, cominciamo a risalire verso nord, lasciandoci alle spalle il fiume Colorado: da lì in poi, ci avrebbe accompagnato il Green River. Più avanti attraversiamo una zona di enormi fratture, in cui l’erosione aveva ancorato mastodontiche navi in pietra tra le insenature d’una riemersa Fossa delle Marianne. Denominiamo quel posto “Il Porto” e proseguiamo. Le provviste di cibo, e soprattutto l’acqua, cominciano a scarseggiare. Decidiamo così di procedere ancora per un altro tratto prima che faccia notte.

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Montato il campo sul bordo di un canyon, facciamo un giro a piedi per esplorare l’area e affacciarci sul Green River. La nostra attenzione però è catturata da una miriade di rocce sferiche color antracite, alcune grosse come noci altre più piccole, che ricoprono un’ampia superficie poco distante dal nostro campo. Non riusciamo a capirne la provenienza né la formazione, così decidiamo di prenderne alcune per esaminarle con più calma in Italia*.

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* Si tratta delle “Moqui Marbles” o biglie dei “Moqui” dal nome della tribù indiana che le venerava come talismani. Sono pietre ruvide e dalla forma sferica, formatesi misteriosamente circa 130- 155 milioni di anni fa. La parte esterna è formata da un massiccio deposito ferroso naturale e l’interno è composto da arenaria finissima color corallo.

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Giorno 3

La notte appena trascorsa era andata decisamente meglio rispetto alla precedente, nonostante la temperatura sia stata più rigida. Stavolta avevamo indossato tutto l’abbigliamento a disposizione, mettendo a contatto con la pelle quello asciutto e poi sopra quello bagnato. CiccioBello invece sfoggiava un cappottino di brina niente male, ma si sarebbe presto ripreso alla grande.

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Nel corso della giornata si alternano tratti pedalati a tratti in cui, scesi dalla bici, spingiamo a testa bassa su rampe assassine. Nelle zone d’ombra l’umidità del Green River ci mette il carico da 11, gelando il sudore che abbiamo addosso, poi cala l’asso di bastoni direttamente tra le ruote. Una spessa coltre di fango rosso ci blocca, morde le gomme e vomita sulla catena una poltiglia che rende vano ogni tentativo di avanzare.

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Impieghiamo più di un’ora per percorrere poche centinaia di metri con le ruote bloccate tra forcella e forcellini e la trasmissione completamente fuori uso, a causa dell’accumulo di fango. Con l’acqua agli sgoccioli, cerchiamo di pulire almeno catena, corona e pignoni, aiutandoci prima con dei rami secchi e poi urinandoci sopra. Credetemi è preferibile bere acqua e pisciare sulla catena che non viceversa! Rimontati in sella e ormai a ridosso della salita che ci avrebbe riportati fuori dal White Rim, ecco spuntarci davanti un branco di cervi. Maestosi e aggraziati nel loro incedere.

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Afferriamo le reflex per immortalarli, ma riusciamo a impressionare solo l’ultimo prima che anche questo scompaia tra gli arbusti. Arriviamo all’Horsethief Trail uno stradone che ci riporterà nella parte alta della mesa.

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La pendenza ripida, la testa bassa, la pedalata lenta, quando all’improvviso un boato irrompe fragoroso, spezzando quella quiete che ci accompagnava ormai da 3 giorni. Senza scendere dalla sella, gettiamo una rapida occhiata in giro, ma non vediamo nulla che possa giustificare quel rumore. Continuiamo a pedalare quando, poco dopo, avvertiamo di nuovo quel boato. Stavolta ci fermiamo, alziamo lo sguardo e vediamo gonfiarsi la vela di un paracadute, alle nostre orecchie la tela che si tende improvvisa era sembrata un’esplosione secca. Alcuni base jumper si stanno lanciando da un torrione per atterrare poco sotto, dopo appena un battito di ciglia! Se ne lancia anche un terzo, lo seguiamo con lo sguardo finché non atterra e riprendiamo a salire.

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L’ascesa è sfiancante. Poco più avanti incrociamo una vecchia Volvo che scende lungo i tornanti. Dal finestrino si sporge un tipo sulla sessantina, sigaro e baffo bianco, rallenta e ci urla “You’re machines!”. Salutiamo e ringraziamo per l’incoraggiamento che ci sprona ad arrivare fino alla sommità della mesa.

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Gli ultimi 30 km li percorriamo sulla Mineral Road, un megastradone infinito, che ci ruberà le ultime energie.
Non sappiamo se siamo i primi italiani a percorrere il White Rim in bici, speriamo solo che non saremo gli ultimi. Di quella esperienza oggi ci resta l’avventura, l’esplorazione, la libertà, ma soprattutto la certezza di aver ritrovato quell’istinto che, anni prima, ci aveva spinto oltre il cortile di casa.

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Un ringraziamento ai brand che ci hanno supportato in questa avventura: Adidas Eyewear, Fatlab, EVOC, E-Thirteen, FiveTen, 661, Chromag, KS, Formula, Therm-a-Rest, MSR, Miss Grape, DEDA Elementi, Vittoria, SOG Knives, Ferrino e soprattutto gli amici di 4Guimp per aver sempre creduto in noi.

www.montanuswild.com

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