[Utah Road Trip] Giorno 3: dispersi nel deserto

[Utah Road Trip] Giorno 3: dispersi nel deserto

21/06/2013
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21/06/2013

Dopo il giro sullo Slick Rock di ieri pomeriggio eravamo piuttosto stanchi, ma qui a Moab abbiamo poco tempo a disposizione e perdere tempo per dormire la mattina, significa rinunciare a vedere posti e sentieri nuovi. Per cui ci facciamo coraggio: sveglia alle 6 ed alle 7:30 siamo pronti a prendere lo shuttle per il Magnificent 7, un sentiero o meglio una serie di sentieri concatenati, che dovrebbero assicurare ca 3-4 ore di divertente riding nel deserto. Oggi siamo in 4: io, Stefanus, Jess di GT e Jems.

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Arriva lo shuttle, un vecchio furgoncino Volkswagen in versione limousine. Parlando con l’autista scopriamo che in realtà il furgone è stato realizzato da lui unendo due furogoni, saldati l’uno contro l’altro: al primo ha tolto il muso, all’altro la coda. Il risultato è quello che potete vedere nella fotografia qui sopra. Una cosa da arresto in Italia, ma qui siamo in USA la terra della libertà!

Dopo circa 45 minuti di viaggio, il furgone ci lascia in cima: sono le 8:30, il sole è basso, fa ancora fresco: ci sono tutte le premesse per una bella giornata. Ci prepariamo e partiamo, inizia subito la bagare. I tedeschi non vogliono mollare, io neppure e scendiamo come dei disperati. Imbocchiamo un sentiero, leggiamo 7 UP. Senza pensare troppo al nome, visto che c’è il 7 lo seguiamo. In realtà avremmo dovuto seguire Mag 7… Pedaliamo per mezz’oretta, il sentiero è un continuo saliscendi, ma qualcosa non torna: stiamo andando nella direzione opposta a quella in cui dovremmo andare. Troviamo una palina con una mappa: abbiamo sbagliato tutto, siamo su un sentiero completamente diverso… Prendiamo una scorciatoia per la strada asfaltata, che prendiamo e seguiamo per 12 lunghissimi chilometri fino al punto di partenza. Non male come inizio…

Ripercorriamo la discesa, stavolta con più attenzione e scopriamo che di fronte al sentiero che abbiamo imboccato ce n’è un altro, il cui imbocco è coperto da un arbusto, con la scritta a caratteri cubitali Magnificent 7. Nella foga ci era proprio sfuggito…

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Ricomincia la bagare: i tedeschi sono caldi, pedalano come dei disperati. Io sono stanco, parto in coda al gruppetto, ma poi comincio a prenderci la mano e recupero alcune posizioni, posizionandomi al secondo posto. Il ritmo è alto, sono stanco ma guido a tutta, anche sui numerosissimi pezzi da pedalare: dovrò pur difendere l’orgoglio italiano! Davanti a me c’è Jess, di GT. Lo vedo molto sicuro, ai bivi tira dritto senza rallentare: probabilmente conosce la strada, penso.

Il sentiero è comunque ben segnato, ci sono tacche di vernice, è pieno di altri riders: impossibile perdersi. Ad un certo punto un bivio: giriamo a sinistra, su un ripido trail che sale su dei lastroni di roccia: il percorso è visibile grazie a delle tacche di vernice gialla. Ci sono numerosi avvisi, che indicano le vie di fuga, che il sentiero è poco visibile, di assicurarsi di avere con se acqua a sufficienza e di essere ben allenati. I soliti avvisi, non ci facciamo troppo caso, ma purtroppo ci scappa inosservato il cartello che indica che il sentiero ad un certo punto finisce e bisogna ritornare indietro per la strada dell’andata.

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Continuiamo a seguire le tacche, ad un certo punto arriviamo in cima ad un canyon: la vista è magnifica, come dei turisti giapponesi scattiamo una serie di foto.

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Riprendiamo il percorso, che però comincia a diventare sempre meno visibile. Non ci preoccupiamo più di tanto visto che ad un certo punto incontriamo una percorso 4×4 in discesa che percorriamo, pensando che il sentiero ed il tracciato abbiano un tratto in comune. Si rivelerà un errore madornale…

Seguiamo il percorso per quasi 1 km in discesa, tutto sommato non è male: gradoni di roccia, pietroni lisci da fare a tutta. Può starci che il percorso per MTB segua questo tracciato: è veramente divertente. Ad un tratto un bivio: nessuna indicazione, solo le tacche bianche del percorso 4×4 che vanno a destra o a sinistra. Siamo in mezzo al nulla, non abbiamo riferimenti: dove andiamo?

Da qui in avanti inizia il calvario… La mia proposta è di ritornare indietro e di cercare il sentiero per vedere dove abbiam sbagliato, ma i tedeschi non ne vogliono sapere e decidono di continuare. Proseguiamo sul percorso 4×4 che comincia a diventare veramente estremo: non si pedala più, si deve portare a tratti la bici in spalla per superare gradoni rocciosi. Il percorso prosegue poi in ripida salite sulle rocce piatti del deserto, non si vede la fine. Dove siamo? Chi lo sa… Qui i telefoni non prendono, i tedeschi hanno ben pensato di lasciare la mappa in auto: siamo dispersi in mezzo al deserto dello Utah.

La situazione è drammatica, ma li per li non ce ne rendiamo conto più di tanto. Grazie alle moderne tecnologie ed al cellulare con GPS capiamo di essere vicini all’autostrada: muovendoci in quella direzione non possiamo sbagliare. A testa bassa, sotto il sole cocente ed il caldo della pietra arroventata dal sole procediamo in salita: la pendenza è notevole, ma non dovrebbe mancare molto.

Saliamo per un bel tratto, arriviamo in cima: qui ora ci dovrebbe aspettare la strada, da li in qualche modo rientreremo a Moab. Qui però l’amara sorpresa: la strada c’è, ma 500m di strapiombo sotto di noi, sul fondo del canyon… E’ la fine, la situazione è ora veramente disperata: il canyon procede per chilometri, impossibile scendere senza corde. Analizziamo come siamo messi: siamo rimasti con meno di 1 litro di acqua a testa, si stanno avvicinando le ore calde, tornare indietro è impensabile. L’unica cosa da fare è seguire il percorso 4×4, da qualche parte finirà.

Per fortuna qui prendono i telefoni, con una serie di telefonate riusciamo a capire che il percorso 4×4 è estremamente lungo: in auto ci vanno 4 ore per arrivare dalla partenza al punto in cui siamo noi. Alternative non ci sono, l’unica via d’uscita che abbiamo è questa. Abbandonare il percorso ed inoltrarci nel nulla sarebbe l’errore peggiore che possiamo fare, meglio seguirlo anche se più lungo.

L’acqua rimasta è poca, il caldo si sta facendo insopportabile: complici i lastroni di pietra su cui ci stiamo muovendo, siamo oltre i 40°. Il deserto non scherza: qui se ti perdi muori, la probabilità di sopravvivenza sono limitate alla tua scorta idrica. 1 litro di acqua è veramente poca, bisogna razionalizzarla. Razionalizzarla vuol dire fare un piccolo sorso non appena senti la gola che brucia, giusto per placare un minimo la sete. In questo modo rimani leggermente disidratato, ma riesci ad avere un’autonomia maggiore.

La situazione è critica, siamo tra l’altro piuttosto stanchi e davanti a noi ci aspettano le ore più calde della giornata. Rischiamo veramente di fare una brutta fine…

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Non c’è comunque molto da fare se non proseguire: più strada facciamo, maggiori sono le probabilità di sopravvivre. Eh si perchè di sopravvivenza ora si tratta, non è più questione di chiudere il giro in bici. Saliamo e scendiamo sulle rocce per più di un’ora, forse due. Impensabile trovare anima viva. Siamo molto preoccupati, non sappiamo quanto ci manca e l’acqua è agli sgoccioli. La gola brucia, cominciamo a sentirci stanchi e poco lucidi, ma l’acqua è da razionalizzare quindi non si può bere.

Capirete che di questi momenti ci sono poche foto: le nostre preoccupazioni erano altre… Nella mente ci passavano scene di film come 127 ore o altri documentari di persone che hanno fatto una brutta fine nei deserti americani: eh si, qui ogni anno muoiono decine di persone che, come noi, si perdono e finiscono l’acqua. Non si scherza…

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Ad un certo punto però una sorpresa: sentiamo un rumore di motori, alcuni fuoristrada stanno percorrendo il tracciato. La salvezza! Li fermiamo, chiedendo se ci possono dare un po’ d’acqua e vedendo la situazione ci riempono i camelback, ci offrono cibo e ci spiegano il percorso che dobbiamo seguire. Ci dicono che sono partiti 3 ore prima e che ci avrebbe quindi aspettato un lungo cammino, visto il fondo estremamente accidentato ed i numerosi tratti di sabbia profonda.

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Le ore passano, ma per fortuna abbiamo una scorta d’acqua più che sufficiente, siamo idratati e quindi è solo questione di tempo e di forza di volontà: dobbiamo tenere duro. La fatica però si fa sentire, così come il caldo infernale che non da mai tregua… L’espressione di Jess è inequivocabile:

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Ad un certo punto un bivio: destra o sinistra? Ci è stato detto di prendere lo Snake Rock, ci fidiamo e seguiamo le indicazioni. Ad un certo dubbio però ci viene un dubbio: sembra essere un anello, che sale per alcuni chilometri ma poi ritorna al punto di partenza. Che fare? Fidarci del consiglio o seguire l’istinto? Ci sono opinioni contrastanti. Alla fine optiamo per la seconda opzione, che si rivelerà vincente: lo Snake Rock è effettivamente un anello avremmo perso solo tempo imboccandolo.

Proseguiamo e, come all’improvviso, una visione che aspettavamo da tempo: il percorso 4×4 prosegue sotto di noi per alcuni chilometri, poi si infila in un vallone per agganciarsi alla strada asfaltata che costeggia il Colorado. L’asfalto significa la salvezza, perchè vuol dire tornare alla civiltà. Inutile dire che intravedere la fine, nonostante mancassero ancora diversi chilometri, ci ha rinfrancato il morale donandoci facendoci trovare le ultime energie.

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Incredibile vedere dietro di noi il deserto che abbiamo dovuto attraversare, tra placconi verticali di roccia e sabbia profonda che impediva di pedalare.

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Il paesaggio è stupendo, ma oggi non lo abbiamo per niente apprezzato. Stremati, ma con ancora acqua a disposizione arriviamo all’asfalto: la nostra disavventura è finita, ce l’abbiamo fatta.

Io e Stefanus pedaliamo i 10-15 km che ci separano da Moab: siamo stanchi, ma tutto sommato ancora in discrete condizioni. Gli altri due tedeschi sono stremati, in preda ai crampi e vengono soccorsi da alcuni automobilisti che, impietositi, li riportano in città. Arriviamo al motel stremati, dopo aver bevuto un litro di coca cola ci buttiamo in piscina. Braccia e collo sono rosso pomodoro, le labbra secche e screpolate…

Alla fine siamo contenti che tutto sia andato a finire nel migliore dei modi: questa volta abbiamo rischiato veramente grosso. Quello che è successo oggi ci ha insegnato una cosa: il deserto non perdona, forse è però anche questo che rende il girare in mountain bike da queste parti ancora più epico.